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Being Nick Cave: “20000 Days On Earth”, di Iain Forsyth e Jane Pollard (2014)

20000days_posterTornate col pensiero alla maggior parte dei documentari musicali che avrete senz’altro visto nella vostra vita: si sarà trattato, probabilmente, di riprese dal vivo della band durante i concerti, intervallate da backstage inediti, interviste ai musicisti, membri del management e, di quando in quando, familiari, brevi istantanee di viaggio durante gli spostamenti di un grande tour. Un certo modo di fare documentari di argomento musicale è a tal punto codificato che MTV produce un’intera serie di questi “docu-film” biografici su artisti considerati di una certa rilevanza (avviso ai naviganti: l’ultima affermazione contiene dosi massicce di ironia). Quando Iain Forsyth e Jane Pollard, i registi del film di cui ci accingiamo a parlare, ottennero il permesso di seguire Nick Cave e i suoi Bad Seeds durante le fasi di registrazione e stesura del loro ultimo album in ordine di tempo, Push the Sky Away, pubblicato nel 2013, fecero quello che ci si sarebbe aspettato da un documentario musicale: documentare il processo creativo, filmare le sessioni di prova, quelle di registrazione, le sessioni aggiuntive con il coro di piccole voci di bambini che si può ascoltare nella titletrack Push The Sky Away, e un concerto all’Opera House di Sidney. Fin qui, niente di particolarmente nuovo. Fatto sta che Forsyth e Pollard devono essere domandati, a un certo punto, che cosa potesse rendere speciale questo film: o, se non speciale, almeno diverso, particolare, un’opera che potesse essere apprezzata dai fan del cantautore australiano ma anche da chi al mondo di Cave e dei suoi Bad Seeds non si fosse ancora avvicinato. La fortuna di Forsyth e Pollard, probabilmente, risiede proprio nel soggetto del loro lavoro: perché è chiaro a chiunque mastichi un po’ di storia della musica che un personaggio come Nick Cave valga tanto oro quanto pesa, dal punto di vista narrativo. Ecco allora che Forsyth e Pollard allargano lo sguardo, e decidono di inserire le riprese squisitamente musicali (peraltro bellissime, ma si capisce che i due sanno il fatto loro in questo campo) in un contesto narrativo sorprendente, creato ad hoc. L’idea è semplice: mettere in scena un’immaginaria intera giornata nella20000days_04 vita di Nick Cave, fare piazza pulita dei 19999 giorni trascorsi fino a quel momento (con tutto ciò che si portano dietro), e seguire ciò che accade nel ventimillesimo giorno che l’istrionico Nick trascorre sul nostro pianeta. I titoli di testa (tra i più belli tra quelli ammirati recentemente al cinema) sono molto chiari, da questo punto di vista: un contatore sulla destra dello schermo scandisce i giorni trascorsi, mentre decine di televisori ordinati uno sopra l’altro in più file rimandano immagini relative alla vita di Nick Cave dalla più tenera età ai successi musicali, alternando clip dei video più famosi alle partecipazioni cinematografiche. Ed ecco che il contatore si ferma su 20000 giorni, e suona una sveglia. Vi siete mai chiesti come trascorra la sua vita una rockstar? Beh, si alza dal letto come tutti noi, e magari controlla le prime rughe in bagno. Non c’è ovviamente alcun bisogno di costruire un personaggio attorno a Nick Cave, che fornisce già abbastanza materiale da par suo: il film (sottotitolato, grazie al cielo), si sviluppa come un dialogo interiore del suo protagonista, una specie di stream of consciousness nel quale Cave frulla il suo rapporto con la moglie Susie e il loro matrimonio, la sua passione per la scrittura 20,000 DAYS ON EARTH(praticamente l’unica vera attività nella quale l’artista australiano si intrattenga), e non mancando di sottolineare, con una certa ironia (non lontana dal Cave reale, peraltro), molti dei tòpos della rockstar, quali il difficile rapporto col tempo che passa, la necessità di mantenere un’immagine di sé creata con anni di applicazione e impegno, le prime vere paure che emergono quando l’età comincia a declinare verso quella che chiamiamo, comunemente, vecchiaia, e l’incapacità di immaginarsi davvero diversi da quello che si è, una volta che lo si è diventati. Ogni momento della giornata, mentre Cave scrive, non serve ad altro che a dettagliare ed espandere quell’universo personale che egli va creando con la sua opera: un mondo di buoni e cattivi, mostri e eroi, dove gli uomini conoscono la rabbia e Dio esiste, per usare le sue stesse parole, in cui ogni personaggio è un po’ una versione riveduta e corretta di Cave stesso e delle persone che animano i ricordi della sua intera vita. Perché è un po’ questo il tema20000days_03 dell’opera: nonostante la volontà di non curarsi di ciò che è stato omettendo volontariamente quei primi 19999 giorni, il tutto è un po’ più della somma delle sue parti e il confronto con il passato è inevitabile e, lungo tutta la proiezione, ricorrente. Che Cave partecipi ad una seduta psicanalitica nella quale analizza i propri primi passi nell’industria musicale, le proprie prime esperienze sessuali e il rapporto con il padre; che faccia una visitina al suo “archivio”, che contiene tutto il materiale raccolto nel corso della sua vita e delle sue molteplici esperienze, per visionare nuovo materiale ancora da catalogare, rivisitando nelle diapositive la propria fanciullezza, gli esordi coi Birthday Party o, ancora, i bei tempi andati nei quali viveva in una singola stanza a Berlino, agli albori di quella che sarebbe stata l’esperienza dei Bad Seeds; che si intrattenga in auto in un serrato dialogo/flusso di coscienza con vecchi sodali, da Blixa Bargeld a Kylie Minogue; che vada a pranzo da Warren Ellis a mangiare anguilla e ricordare un concerto di Nina Simone che segnò indelebilmente la sua vita; che guardi la tv coi figli, mangiando pizza sul divano; qualsiasi cosa Nick Cave faccia in questo 20000days_01film, il tema è uno soltanto, la memoria e la sua importanza per la creazione del mondo nel mondo che anima l’opera del cantautore australiano. E’ un po’ come se l’intera proiezione potesse coincidere con una lunga riflessione e opera di autocoscienza del protagonista stesso: 20000 Days on Earth permette di entrare nella testa di Nick Cave, che scherza col suo personaggio, con la raccolta delle sue important shit o le paturnie sull’età, ma fornisce anche spunti raffinati e profondamente intelligenti per capire come si sviluppi sul serio un processo creativo, come dalla materia informe si possa plasmare un’idea fino a permetterle di camminare sulle proprie gambe, e tutto quel multiverso caotico che preme quando viene costretto all’interno di una sola canzone. 20000 Days On Earth è un film profondamente intelligente e interessante proprio perché adopera la sottile finzione letteraria dell’autobiografia (per usare le parole che Tabucchi scelse per definire Il Libro dell’Inquietudine di Bernardo Soares, opus maius di Fernando Pessoa) per ottenere una realtà aumentata, che scava sotto la superficie del personaggio (un limite che di solito non si riesce mai a superare), per fare breccia e gettarvi luce, per permettere a chiunque di conoscere, capire. A tratti, durante la proiezione, ho avuto la20000days_05 sensazione che ci fosse una grandissima, ingenua e disarmante onestà nelle parole pronunciate da Cave, anche quando tutta la situazione di contorno era evidentemente “fittizia”, creata ad arte: mi preme ricordare in particolar modo le sequenze in cui, mentre Cave è al volante della sua auto attraverso le strade di Brighton, in Inghilterra, dove vive con la famiglia, sul sedile del passeggero o su quello posteriore si materializzano i compagni di viaggio di un’intera vita, da Bargeld a Minogue, coi quali Cave ha l’occasione di esternare (in quella che comunque, nella finzione del film, è in realtà la rappresentazione artistico/metaforica di un monologo interiore) i propri pensieri sul loro rapporto, i propri ricordi sul pezzo di tragitto fatto l’uno a fianco dell’altro. Perché a volte, ammettiamolo, è più semplice essere completamente onesti se si riesce, in qualche modo, a incanalare questo flusso di verità dentro un contesto che ti permette di restare vivo, di non ferirti troppo: la memoria è la chiave di tutto, ci ricorda Cave. La memoria è la chiave del mondo nel mondo in cui tutti viviamo, il passepartout che permette di rivedere ciò che è stato con la dovuta dolcezza, e immaginare ciò che sarà con la giusta passione.

PS: non ho onestamente capito quali siano le modalità di distribuzione di questo film nei cinema italiani/mondiali, ma può benissimo darsi che 20000 Days on Earth fosse visibile nei cinema solo nei giorni del 2 e 3 Dicembre scorsi. In tal caso, caldeggio che recuperiate senz’altro il blu-ray o il dvd e ve lo gustiate a casa: dentro questo film ci sono troppe piccole cose buffe e troppe altre serissime che vale davvero la pena vedere, ma non avrebbe alcun senso citare fuori contesto in questa piccola analisi, che poi altro non è che un sincero invito alla visione. E quindi, tanto per chiudere in bellezza, giunge a proposito il mio classico auspicio di buona visione!!

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