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The National Live (Ex Ippodromo del Galoppo, Milano, 1/7/2013)

Se la fantasia di Roger Waters è stata in grado di far planare dolcemente un enorme maiale tra le ciminiere della Battersea Power Station di Londra sulla copertina di un ben noto album dei Pink Floyd, c’è da chiedersi a chi o cosa si debba il famelico stormo di zanzare che si è abbattuto sul concerto dei National tenuto lo scorso 1 Luglio presso l’Ippodromo del Galoppo di Milano: un quesito probabilmente destinato a restare senza risposta. Da qualche parte si legge persino che le guardie all’ingresso abbiano costretto gli spettatori a consegnare, oltre ai tappi delle bottigliette di plastica, anche le confezioni di Autan, che avrebbero potuto essere usate come corpi contundenti. Sarà. Per una volta mi è capitato quello che all’aeroporto non capita mai a me, e sempre alla mia ragazza: sono “salito a bordo” con una bottiglia d’acqua da un litro mezzo e il bel tappo blu saldamente avvitato sul suo collo. Mi è andata bene, col senno di poi: scacciare zanzare per tutta la sera ha comportato un generoso consumo di liquidi, anche considerando quanto il rapporto zanzare/spettatori fosse ampiamente sbilanciato a favore delle prime, ma si sa, in Italia è evidente che i concerti non li sappiamo proprio organizzare, e quando li organizziamo decidiamo bellamente di relegarli in luoghi inadeguati, pubblicizzandoli poco e male (paradossale, considerando che i National hanno suonato in una vera e propria Kermesse, Milano City Sound, destinata a protrarsi per tutta l’estate), confezionandoli con cornici video che poco aggiungono anche quando funzionano (e nel nostro caso hanno funzionato molto brevemente, dal punto di vista tecnico, prima di oscurarsi pietosamente). Almeno non ci siamo fatti mancare il chiosco dei long drinks, localizzare il quale è da trent’anni a questa parte la prima norma di sicurezza applicata dall’italiano medio che giunga sul luogo del delitto: non si chiamava, d’altro canto, Milano da bere?
E dire che, musicalmente, c’è stato ben poco da eccepire: anzi, quasi nulla. Non si può eccepire su
Johnny Marr, ex-mente degli Smiths, che propone un live di apertura in cui rimescola brani della propria carriera solista con vecchi successi della band che ha contribuito a rendere grande con Morrissey; non si può eccepire sulla band di New York, originaria dell’Ohio, per ascoltare la quale mi sono sorbito più di trecento chilometri di autostrada; non si può eccepire nemmeno sulla tipa che era seduta un paio di file avanti a me inizialmente, sulle tribunette montate davanti al palco, che ha agitato le braccia a ritmo di musica per tutta la sera, chiunque fosse a suonare e da dovunque uscissero quei suoni. Su Colapesce, che mi dicono abbia aperto la serata alle 19, invece, non dico nulla per due buone ragioni: la prima, ovvia per chi legge questo blog, è che nutro per l’onanismo caratteristico della musica italiana para-alternativa un interesse che definire alternato è quasi un eufemismo; la seconda è che anche io, da bravo italiano, tengo famiglia, e quindi in verità son giunto all’Ippodromo solo quando sul palco era già salito Marr con la sua band, perché prima mi son fatto tutto il giro dei parenti del sud trapiantati nella metropoli lombarda solo per sentirmi ripetere, masochisticamente, “oh, ma quando ti sposi?” sotto lo sguardo agghiacciato della fidanzata.
“Oh, ma quando ti sposi?”: già, perché in fondo, come ricorderà durante la serata lo stesso Tom Berninger, frontman dei
National, le loro sono solo canzoni che parlano d’amore. O d’odio. Anzi, no: ad esser sinceri, Berninger le definisce drinking songs, canzoni sul bere. Lo sono un po’ tutte, anche quelle che sembrano canzoni d’amore o d’odio ma in realtà sono solo travestite da canzoni d’amore o d’odio. Ma il punto centrale sono le canzoni, che è il nodo cui volevo giungere e che è senz’altro chiaro a chiunque conosca i National, e quando puoi attingere ad un repertorio vasto e di assoluta qualità come il loro, è proprio difficile sbagliare. Ci saranno ovviamente, come ogni volta, diverse scuole di pensiero: quelli che sostengono che la band si trovi in parabola discendente, dopo il picco assoluto di Boxer; quelli che hanno conosciuto i National con High Violet, e quindi si trovano un po’ spaesati di fronte all’ultimo Trouble Will Find Me; e quelli che pensano che la band abbia saputo comunque realizzare lavori sempre all’altezza dai tempi di Alligator, se non in un deciso crescendo qualitativo almeno confermandosi ogni volta ad alti livelli. Si potrebbe discutere per ore, e non si arriverebbe a niente, come nella miglior tradizione: fatto è che Trouble Will Find Me, del quale la band ripropone sul palco nove tredicesimi, dal vivo “rende e parecchio”, tanto per usare uno slang giovanilistico. Apertura affidata a I Should Live in Salt, dolce e zoppicante come sul disco col suo alternarsi di 9/8 e 4/4, e arricchita dai fiati dei membri di supporto della band, seguita da Don’t Swallow The Cap, sempre trascinante. Il primo passo indietro riporta a High Violet, e si tratta di Bloodbuzz Ohio, ideale apripista per un’altra chicca pescata ancora più indietro, quella Secret Meeting che apriva Alligator: brandelli di melodie che preludono a Sea of Love, ultimo singolo estratto da Trouble Will Find Me con tanto di videoclip citazionista (cercare informazioni sulla band post-punk russa Zvuki Mu o cliccare il link al pezzo e poi qui per credere). L’altro singolo, Demons, col suo incedere in 7/4, introduce  ad un’accoppiata di perle pescate ancora da High Violet, nell’ordine Afraid of Everyone e la splendida (splendida, lo ripeto due volte tanto per fissare il concetto) Conversation 16, trascinante e commovente anche nella sua scarna riproposizione live. Squalor Victoria, in un delirio percussivo di Bryan Devendorf, introduce a I Need My Girl e This Is The Last Time, ancora dall’ultimo disco. Più o meno a questo punto della serata cedo alle zanzare e mi sposto dalla tribunetta al prato sotto il palco per trovare pace proprio mentre Berninger parla delle sue drinking songs introducendo, manco a dirlo, All The Wine; a un certo punto il nostro si farà scappare anche una confessione sulla sensazione di avere ingoiato un’enorme zanzara durante l’esibizione, segno evidente che lo stormo di insetti non ha risparmiato proprio nessuno. A seguire Abel, ancora da Alligator, mentre si ironizza sul rapporto non idilliaco tra il batterista Bryan Devendorf e la doccia e mentre Berninger comincia a lasciarsi andare (complice qualche bicchiere di vino); Abel, dicevo, che introduce alla sempre bella Apartment Story e da lì a Pink Rabbits, uno degli episodi migliori e più particolari dell’ultimo album, ottimo anche nella riproposizione live (della quale credo di aver registrato un video, come di Conversation 16, che però non ho voglia/coraggio/bisogno di caricare su YouTube). In tema di ballad non può mancare England, che precede Graceless, spigolosa come sul cd, About Today, ripescata da Cherry Tree EP, e l’immancabile chiusura di Fake Empire, in parte sabotata da Berninger (complice stavolta qualche bicchiere di vino di troppo) che sbaglia l’attacco, si guarda attorno con evidente senso di colpa e rientra presto  nei ranghi. La band lascia il palco e rientra poco dopo per una lunga serie di bis, durante la quale Berninger butta a mare l’aplomb mostrato fino a quel momento, torna ad avvinghiarsi al microfono, sporca parecchio le sue linee vocali e, non ultimo, si fa un paio di passeggiate tra il pubblico delle prime file, oltre a una breve sessione di crowd surfing: il tutto, sia chiaro, senza smettere di cantare. Anche bene, tra l’altro, a parte qualche calo fisiologico. Con la generosità che contraddistingue la band, si susseguono gli intrecci di chitarre di Runaway, la corposa ritmicità di Humiliation e l’epicità tipicamente indie rock di Mr. November, che è proprio il pezzo durante il quale Berninger si esibisce nelle sue incursioni tra il pubblico. La chiusura è affidata a Terrible Love, dilaniata da profonde e malinconiche distorsioni, e ad una versione corale, totalmente acustica (anzi, non elettrica) di Vanderlyle Crybaby Geeks, solo le voci dei membri della band, quelle del pubblico (comprese diverse decine di mie penosissime stecche), un battimani ritmico e due chitarre acustiche senza amplificazione per un finale da brividi e, cosa non da poco, realmente partecipato. Insomma, chiudiamo la serata urlandoci in faccia con la band che “All the very best of us/String ourselves up for love” e con la sensazione di aver condiviso, pure in un concerto rock, qualcosa di autenticamente intimo e vero. A volerci trovare un difetto, diciamo che avevo sperato in una riproposizione di Sorrow, uno dei miei pezzi preferiti: d’altra parte non è incomprensibile che, dopo averla recentemente suonata per 6 ore di fila durante un’installazione/performance dell’artista islandese Ragnar Kjartasson al MOMA di New York, i nostri potessero averne un po’ le scatole piene. Si spengono le luci sul live dei National mentre Berninger lascia il palco con una collana di fiori hawaiana, presumibilmente dono di qualche fan appostata sotto il palco, e noi ci facciamo una lunga corsa verso la metropolitana, proprio quando anche delle zanzare sembra essere svanita ogni traccia. Mentre la metro percorre le viscere della città verso il nostro albergo, dieci chilometri lontano, mi compiaccio perché d’aver fatto tutta quella strada ne è valsa davvero la pena (ma non avevo dubbi) e soprattutto mi trastullo con la ridicola idea che non si trattasse affatto di zanzare, ma di moscerini del vino affetti da gigantismo colossale e attratti dal generoso consumo di rossi e bianchi fatto sul palco proprio da Berninger e soci. Che, per inciso, finché scrivono pezzi così e riescono a riproporli con tanta forza e trasporto emotivo sul palco, a parte qualche “lieve” sbavatura della voce nella seconda parte, possono seguitare a sbronzarsi quanto vogliono.

Addendum: Chi fosse rimasto col dubbio, o attendesse con kierkegaardiano timore e tremore di apprendere favolose nuove sulla mia vita sentimentale, sappia che non ho intenzione di sposarmi a breve.

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