Un corpo fragile come vetro: “First Man”, di Damien Chazelle (2018)

Il vero protagonista di First Man, opera di Damien Chazelle tratta dalla biografia di Neil Armstrong scritta da James R. Hansen, è un vetro: un vetro sottile, una presenza che è insieme un’assenza, una barriera quasi impercettibile ma sempre presente. È il vetro della sala nella quale il primo uomo sulla Luna, tenuto in quarantena al rientro dal più incredibile dei viaggi, incontra di nuovo la moglie: in un gioco di prospettive e di punti di vista, nel silenzio più totale, i due si guardano ed il calore di un bacio viene disegnato sul vetro dalle dita dell’uomo. Le mani si sfiorano, o lo farebbero, se quel vetro non fosse presente: ma c’è.
La storia della conquista della Luna più o meno la conoscono tutti (anche se a molti farebbe bene ripassarla):
First Man ripercorre l’intera epoca dei viaggi spaziali concentrandosi sulla vita dell’uomo che avrebbe portato a compimento la più rischiosa delle missioni, lo sbarco sul nostro satellite. A partire dai voli di collaudo a bordo degli X-15 alla base di Edwards, nel 1961, il film segue la storia di Neil Armstrong (cui presta il volto un misuratissimo Ryan Gosling) attraverso le sue varie tappe: l’ingresso nella ristretta cerchia degli astronauti insieme al gruppo dei New Nine (1962); gli addestramenti nel programma Gemini; il primo volo spaziale con la Gemini 8, compiuto nel 1966; il disastro dell’Apollo 1, del 1967; infine il volo spaziale che avrebbe consegnato Armstrong alla storia, con lo sbarco sulla Luna del 20 Luglio 1969. In mezzo a tutto questo, First Man presenta la storia personale di Armstrong: il suo rapporto con la moglie Janet (Claire Foy), la tragica perdita della figlia Karen, i rapporti difficili con i colleghi alla base di Edwards e le amicizie con Elliott See (Patrick Fugit) e Ed White (Jason Clarke) durante gli anni delle missioni Gemini ed Apollo, amicizie destinate a concludersi tragicamente con la morte dei due (il primo in un incidente aereo, il secondo nell’incendio che uccise l’intero equipaggio della navicella Apollo 1 durante un test a terra, il 27 gennaio del 1967).
Il primo paragone che viene in mente è quello con
Apollo 13, film diretto da Ron Howard nel lontano 1995 e interpretato da Tom Hanks nei panni di Jim Lovell, se non altro per affinità tematiche (ma ci starebbe una citazione anche per il bellissimo The Right Stuff di Philip Kaufman, tristemente tradotto in italiano come Uomini Veri): lasciamo stare poi che i due film siano assai diversi. Nella sua opera, Howard si è giovato della forte concentrazione temporale del narrato, che tratta per la maggior parte di eventi racchiusi in una settimana, il tempo della missione: questo consente al regista di affidare il racconto a una dimensione maggiormente “corale”, scegliendo diversi punti di accesso alla storia, e seguendo tutti questi centri (la navicella in avaria, il controllo missione, il simulatore di volo, la casa di Lovell) in uno sforzo di ricomposizione attentissimo alle dinamiche umane. Questo fa di Apollo 13, oltre che un piccolo gioiello tecnico e contestuale (penso alla rappresentazione dell’intero periodo storico, volutamente assai più riuscita nel film di Howard che in quello di Chazelle), anche un film intriso di dinamiche relazionali molto interessanti: un’opera, a mio avviso, molto sottovalutata. Chazelle ha per le mani un soggetto che, al contrario, si snoda su un arco temporale molto più lungo, e procede gioco forza per ellissi: dovendo trovare un trait d’union, la scelta ricade sulle dinamiche relazionali del suo protagonista, escludendo di fatto qualsiasi dimensione di anche solo accennata coralità. Così, mentre le sensazioni e i pensieri di Armstrong sono resi tattili attraverso la mimica facciale del suo interprete, i personaggi di contorno sono solo raramente più che abbozzati (eccezion fatta, chiaramente, per la moglie Janet, l’altro polo di attrazione attorno al quale si sviluppa l’opera): significativa in questo senso la rappresentazione, macchiettistica ed esasperata, di Buzz Aldrin (Corey Stoll), che restituisce un personaggio assolutamente monodimensionale.
Da queste premesse consegue come a
Chazelle non interessi tanto la Storia, ma le storie che dietro ad essa si nascondono: First Man resta comunque un film accurato nella ricostruzione storica e tecnica, con sequenze di volo estremamente coinvolgenti (in particolare la spettacolare sequenza iniziale del volo suborbitale di Armstrong a bordo del suo X-15, nel corso del quale il protagonista riesce ad evitare un incidente potenzialmente catastrofico che ne avrebbe messo a serio rischio la vita), ma è sul crinale emotivo della morte della figlia Karen che il film si costruisce come opera incentrata sull’incomunicabilità tra gli esseri umani. La pellicola, come il narrato, si snoda dunque su due piani: da un lato la ricostruzione puntuale, rigorosa delle missioni spaziali e del contesto storico, politico e sociale, in cui gli inserti documentaristici si alternano alle sequenze girate, imperniate su una tensione e un ritmo assolutamente coinvolgenti; dall’altro, in maniera più marcata, l’evoluzione della vicenda personale di Neil Armstrong, seguita per lo più attraverso sequenze girate con camera a mano, una camera che sta fisicamente tra i personaggi, catalogando sguardi, raccogliendo dettagli con cura maniacale, come se da ciascuno di essi dipendesse tutto. La Storia e la storia, quindi: i complessi calcoli sulle traiettorie insieme ai quaderni sui quali Armstrong annota i propri commenti tecnici alle cure della figlia gravemente malata, la ragione come antidoto alla paura; le evoluzioni sui simulatori come i giochi in casa coi figli; la solitudine del pilota in missione contro il ménage familiare sempre pericolante.
La svolta emotiva della perdita della figlia, che rischia di mandare in frantumi l’intera famiglia, fa da molla che spinge Armstrong a presentarsi alle selezioni per i
New Nine, in cerca di quello che Janet spera possa essere “un nuovo inizio”: ma resta soprattutto l’ombra che si allunga sui rapporti umani dell’ingegnere di Wapakoneta per il resto della sua vita. Il rapporto di Armstrong con questo dolore, con questa perdita e con questa assenza diventa la trama su cui Chazelle intesse l’intero lavoro, fino a fare della circostanza dell’abbandono del braccialetto della piccola in un cratere lunare (storicamente mai avvenuta) il climax di tutta l’opera. C’è da dire che, a dispetto della sua vita straordinaria, pochi personaggi storici sembrano essere meno cinematografici di Neil Armstrong: un pilota ingegnere, un civile appassionato di freddi calcoli e dedito alla logica e alla razionalità, che dà poco spazio all’emozione o, almeno, cerca di non tradirne mai una di troppo; una figura estremamente introversa, riservata. Peccando di retorica, sarebbe facile pensare che Armstrong sia stato il perfetto anti-eroe: la persona normale che, in circostanze eccezionali, compie un’impresa fuori dal comune, permettendo a tutte le persone come lui di credere che, in fondo, “chiunque di noi” ne sarebbe stato capace. Forse, come volle scrivere la famiglia al momento della sua morte, Armstrong avrebbe potuto essere meglio descritto come “a reluctant American hero”: di certo, un esempio di come l’abnegazione e il duro lavoro possano permettere di raggiungere ogni traguardo. Ma fino a qui, non dovrebbe essere difficile da capire, c’è molto poco per costruire un’epica. Non sorprende quindi come la domanda che deve aver incuriosito Chazelle debba aver risuonato come qualcosa del tipo “in che modo questa persona avrebbe potuto comunicare agli altri ciò che ha avuto il privilegio di vedere?” o, meglio, “in che modo questa persona comunicava con gli altri attorno a sé?”.
E si torna al vetro: ogni volta Armstrong è un uomo solo di fronte al rischio dell’annichilimento, e ogni volta, a separarlo dalla fine, è uno strato sottile. Che sia la carlinga del suo X-15, sconquassata dalle vibrazioni mentre il volo di collaudo suborbitale su cui si apre il film rischia di tramutarsi in tragedia, o l’acciaio sottile che lo separa dal freddo vuoto dello spazio mentre la sua capsula
Gemini, attaccata alla navicella automatica Agena, perde il controllo dell’assetto e inizia a vorticare incontrollata su se stessa, rischiando di uccidere il suo equipaggio, più simile a una lattina ammaccata che a una navicella spaziale; che sia il vetro attraverso il quale osserva le sue navicelle penetrare l’atmosfera e raggiungere lo spazio, durante i lanci; ogni volta, è un filo sottile a separare Armstrong dalla fine. E, come in una maledizione, il pilota-ingegnere, freddo nei calcoli e lucido nelle situazioni di emergenza, sembra sempre separato dalle persone che lo circondano attraverso un simile strato sottile, che a volte è il dolore di una perdita, altre volte l’incapacità di comunicare i propri sentimenti (non parlerà mai della morte di Karen, e stando alle testimonianze di molti che lo hanno conosciuto, pare che tante di queste persone non abbiano mai nemmeno saputo della tragica storia della figlia) e infine può diventare un vero vetro, qualcosa di tattile, trasparente ma solido nella sua realtà, nel momento in cui quella quarantena cui Armstrong sembra essersi sempre costretto emotivamente diviene anche, nell’immanente, la sua condizione fisica al rientro dal volo che lo ha consegnato alla Storia. Una reclusione preventiva che esplicita lo stato di assedio nel quale il corpo di Armstrong attraversa l’intera sua storia (e la Storia, certamente): l’espressione tangibile di un isolamento completo, totale. È sempre difficile dire quanto ci sia di romanzato e quanto ci sia di vero, in una biografia: è o non è la biografica stessa un’opera di finzione, nel momento in cui crea relazione tra fatti, ponendo in opera collegamenti, correlazioni, causalità? Una finzione sottile, certamente, e proprio per questo una falsificazione più completa, più pervasiva: la sensazione ammaliante di poter racchiudere il tutto nella semplice somma algebrica delle sue parti.
Personalmente, gli astronauti (e i cosmonauti) sono stati gli eroi della mia infanzia: quand’ero piccolo adoravo i viaggi spaziali, sapere nel dettaglio come fosse fatto un razzo, come funzionasse, conoscere le missioni, tutte le cose tecnologiche che ci stavano dietro (
Von Braun e le bombe V-2, Feynman che spiega in diretta tv quale sia l’effetto degli sbalzi di temperatura sulla resilienza degli o-ring e quale parte esso abbia avuto nel disastro del Challenger, e la lista potrebbe continuare). I navigatori delle stelle erano così una sorta di eroi romantici, compagni di giochi, amici coraggiosi della mia gioventù. A volte si fa fatica a immaginare che queste persone, coraggiose e capaci oltre ogni dire, possano esser state, nel bene e nel male, esseri umani: creature fragili, fallibili; corpi, come quelli di tanti altri. Mentre guardavo il film, non potevo fare a meno di pensare a come Chazelle avesse scelto di privilegiare la dimensione umana per ricordarci dettagli come questo. Poi certo, First Man è un signor film che sceglie (con un po’ di spavalderia) di citare i capisaldi del cinema di fantascienza nelle sequenze che sovrappongono il volo spaziale alla musica classica, che mette in prima persona lo spettatore al posto di pilotaggio di un X-15 o in cima a un Saturn V, che ti fa girare la testa e perdere i sensi dentro i simulatori di volo; ma è anche un film nel quale la telecamera viaggia tra una stanza e l’altra dell’alcova degli Armstrong intercettando sguardi, gesti, sentimenti che quasi mai vengono espressi a parole e meno che mai attraverso esse potrebbero essere trasmessi; nel quale il montaggio elide e crea associazioni, innescando il meccanismo che genera il ricordo, e i chiaroscuri che inghiottono ciò che non può essere comunicato; al centro del quale ci sono i corpi degli esseri umani che vengono sballottati, straziati, feriti, che sono calati nella vita, che cercano disperatamente la comprensione, la relazione, il contatto. Per questo, se a prima vista le sequenze di volo coinvolgono e tengono inchiodati scandendo un ritmo assolutamente perfetto, le sequenze più intense sono poi in realtà quelle che scavano sui volti, che cercano di mettere in pellicola il movimento incessante degli occhi: che di là dal vetro ci sia la persona che si ama, e con la quale non si riesce a comunicare, o la superficie scabra e inospitale del nostro satellite, alla quale ci si sta avvicinando inesorabilmente, ciò che conta è lo sguardo.
La prospettiva, dice Armstrong nel colloquio che precede la sua selezione per il secondo gruppo di astronauti, nel 1962: stare lassù, superare l’atmosfera, cambia la tua prospettiva, la tua percezione. Mi riesce difficile immaginare un cambiamento di prospettiva più radicale di quello che deve aver affrontato il primo uomo ad aver guardato il nostro pianeta da un altro corpo celeste. E non è un caso che il film di
Chazelle, e la biografia di Hansen da cui è tratto, si intitolino First Man, Il Primo Uomo: è sul corpo e sulla mente di quest’uomo che insiste la macchina da presa, sulla storia in minuscolo, che spesso e volentieri dimentichiamo essere il vero motore della Storia, quella che tutti conoscono ma che, forse, in pochi sanno comprendere davvero, un mondo-contenitore che contiene il riflesso di tutte le storie che lo compongono, di tutti i percorsi, e sul quale si proietta il riflesso del volto dell’amante come su un vetro sottile, fragile, che separa indefinitamente i corpi dal potersi aprire completamente l’uno all’altro, preservando il mistero doloroso della solitudine, l’accettazione dell’incomunicabilità nella rappresentazione potente del silenzio come veicolo ultimo della forza dei sentimenti inespressi.

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