Utopia, speranza e luce: “Exit West”

In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò. Per molti giorni. Lui si chiamava Saeed e lei si chiamava Nadia, e lui aveva la barba, non una barba folta, una barba mantenuta deliberatamente corta, e lei era sempre avvolta dalla punta dei piedi alla fossa giugulare in una fluente tunica nera. All’epoca la gente poteva ancora permettersi, in fatto di abbigliamento e pettinature, il lusso di conciarsi più o meno come le pareva, entro certi limiti ovviamente, perciò quelle scelte avevano un significato.
Può sembrare strano che in una città sull’orlo del baratro i giovani vadano ancora a scuola – in questo caso un corso serale di product branding e corporate identity – ma così stanno le cose, nelle città come nella vita: un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo, e il fatto che la fine incomba sempre su di noi non impedisce i nostri effimeri incipit e svolgimenti, fino all’istante in cui lo fa.
Saeed si accorse che Nadia aveva un neo sul collo, un ovale fulvo che ogni tanto, di rado ma accadeva, pulsava al ritmo del suo battito.
Poco dopo averlo notato, Saeed parlò a Nadia per la prima volta.

Fin dalle prime righe, Exit West, opera dello scrittore pakistano Mohsin Hamid, mescola quello che si può a ragione considerare come il grande tema del nostro tempo, le migrazioni, col microcosmo dei rapporti umani, e lo fa alternando piani narrativi differenti che passano dal quasi-documentaristico al romanzo amoroso, fino a sconfinare nel fantastico. La storia è quella dell’amore acerbo di Nadia e Saeed, due giovani molto diversi cui capita di incontrarsi e innamorarsi proprio all’inizio di una guerra civile. I loro tentativi di difendere questo bozzolo d’amore appena accennato dalla violenza e dalla brutalità del mondo circostante costituiranno il principale tema dell’intero romanzo, la scintilla da cui scaturisce l’intera opera, che è poi un racconto complesso di fatto orbitante attorno a tre grandi centri d’attrazione: l’immaginazione, il senso d’umanità, la speranza.

Nadia e Saeed erano, in quei giorni, sempre in possesso dei loro telefoni. Nei loro telefoni c’erano antenne, e queste antenne fiutavano un mondo invisibile, come per magia, un mondo che era tutt’attorno a loro e anche da nessuna parte, trasportandoli in luoghi lontani e vicini, e in luoghi che non erano mai esistiti e mai sarebbero esistiti.

Un passo come questa ha la duplice valenza di rompere il luogo comune dettato dall’odio (il migrante con il cellulare) e di lasciar intuire un mondo magico fatto di connessioni, di vicinanza: le reti wireless come strumenti per avvicinare ciò che appare distante, per mantenere in vita quanto di più fragile e prezioso possa esistere, che sia esso un amore, un’amicizia, un sogno, o la semplice sensazione di poter vivere una vita davvero completa. Exit West mi è apparso, durante la lettura, soprattutto come un trattato sull’importanza dell’immaginazione: penso alla passione di Saeed per l’osservazione astronomica, la voglia di guardare lontano e abbracciare con lo sguardo (e il pensiero) un intero universo, guardare per conoscere, qualcosa che in pochi fanno, al giorno d’oggi. Il telescopio di Saeed e il telefono cellulare hanno la stessa funzione: tentare disperatamente di mantenere un contatto con il mondo, un’impronta umana, un’empatia. Permettono entrambi di immaginare (penso al sogno di Saeed di osservare le sue amate stelle dai deserti del Cile), di esplicare la vera forza umana, che è quella di guardare oltre il proprio naso, un passo più in là, più lontano. Come scriveva Brodskij, “Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:/ l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco”.

Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese. Alcuni sostenevano di conoscere qualcuno che conosceva qualcuno che era passato attraverso una di quelle porte. Una porta normale, dicevano, poteva trasformarsi in una porta speciale, e poteva accadere senza preavviso, a qualunque porta.

Il testo è plasmato con estrema leggerezza, la stessa leggerezza con la quale il tono passa dalla tragedia dei rifugiati alla delicata storia d’amore di Nadia e Saeed, dalla realtà brutale della guerra, della morte e della fuga all’elemento fantastico rappresentato dalle porte: in un mondo che erige muri per tentare invano di arginare il flusso umano, è con stupore di pura poesia che si apprende dell’esistenza di porte magiche che collegano istantaneamente ogni luogo della terra, che possono essere attraversate e condurre lontano da una realtà fatta unicamente di terrore; porte che proiettano chi le attraversa in un mondo altro, che può senz’altro contenere insidie (e le vicissitudini di Nadia e Saeed, raccontate nel testo, lo dimostrano), ma che soprattutto spalanca possibilità. L’alternativa, per chi fugge da una guerra, è tra vita e morte, e della prima opzione nemmeno con la fuga può esserci certezza: quel che è certo è che chi si sposta, chi si muove, chi si allontana da guerra, fame, cambiamento climatico, non fa altro che tentare di mantenere in vita, prima ancora che se stesso, tutto quel ventaglio di possibilità che rendono un essere umano ciò che esso veramente è. Di fronte a questa semplice considerazione, che Exit West suggerisce con la potenza della buona letteratura, la disumanità di chi vuole chiudere frontiere, erigere muri, allontanare, dividere, catalogare in maniera sprezzante, appare ancora più abietta.

Erano seduti sul letto a guardare la pioggia e come spesso accadeva parlavano della fine del mondo, e Saeed si chiese ancora una volta ad alta voce se davvero i nativi li avrebbero ammazzati tutti, e Nadia disse ancora una volta che i nativi erano a tal punto spaventati che avrebbero potuto fare qualunque cosa.
– Li capisco, – disse. – immagina se tu vivessi qui. E all’improvviso arrivassero milioni di persone da tutto il mondo.
– Nel nostro paese sono arrivate milioni di persone, – replicò Saeed. – Quando c’erano delle guerre nelle vicinanze.
– Era diverso. Il nostro paese era povero. Sentivamo di non avere molto da perdere.

Ma è soprattutto la speranza il collante che tiene assieme le parole in queste poche pagine, una speranza che confligge in modo stridente con la realtà dei nostri giorni, quella di una società incattivita, di una politica che usa la paura per giustificare ogni nefandezza, una realtà nella quale, sempre più spesso, il senso della comunanza dei destini, il senso dell’umanità, sembra destinato a soccombere definitivamente (in ogni “prima gli italiani”, pronunciato al posto di un “prima gli esseri umani”, è scritta una condanna a morte): Exit West, con il suo finale sovraccarico di speranza, che riannoda i fili di una storia d’amore spenta dal tempo in un mondo di domani, appena qualche decennio distante, ci ricorda come ciò che davvero spaventa molte persone altro non sia che una società realmente cosmopolita, una società nella quale si sia operata la scelta rivoluzionare di mantenere quelle porte aperte. E in fondo lo stratagemma delle porte serve proprio a questo: cancellando di fatto le traversate in mare o a piedi attraverso i deserti, le montagne, lungo i confini, Exit West opera un ribaltamento di prospettiva che rivela la fragilità del concetto stesso di frontiera. Come giustamente sottolineato altrove, “in Exit West […] si produce una sorta di utopia, un mondo in cui è possibile la speranza, un mondo che, per mancanza di alternative, ci tocca descrivere come fantastico”. In questo cambio di prospettiva, Exit West assume in effetti il tono narrativo della favola, coi suoi tempi sospesi e i suoi luoghi deputati, e la trasformazione della migrazione in un atto sicuro permette a Hamid di concentrarsi non sul “buco nero dell’indicibile” (ibidem) ma su tutto ciò che normalmente viene sotteso, trascurato, debitamente accantonato: l’umanità dei suoi personaggi, l’umanità del migrante, il riconoscimento (ovvio, ma non scontato) del fatto che quegli esseri umani siano come noi, si innamorino, giacciano l’uno accanto all’altro abbracciati, abbiano sogni, idee, progetti, possano immaginare, possano sbagliare, avere debolezze, essere messi alla prova; magari quelle stesse persone hanno vissuto in un mondo nel quale, a un certo punto, la morte, la violenza, la sparizione improvvisa, sono diventate la regola, quasi l’abitudine, e magari per questo sono fuggite.
Exit West crea un’utopia sospesa in un tempo eternamente presente, mettendo in scena la fame di vicinanza e comunicazione degli esseri umani, una comunicazione che è fatta di segnali (penso a tutti i tentativi dei protagonisti di tenere in vita l’immateriale, che sia la batteria del telefono o l’alimentatore di un giradischi) che hanno sempre bisogno di spazio e tempo per propagarsi, esattamente come la luce delle stelle. Come scriveva DeLillo in Cosmopolis, a tutt’altro proposito, “Ci sono stelle morte che brillano ancora perché la loro luce è intrappolata nel tempo. Dove mi trovo io in questa luce, che a rigor di termini non esiste?”

Da sempre teneva delle carpe in uno stagno muscoso dietro casa, carpe che sua nipote chiamava pesci rossi, e un tempo conosceva per nome quasi tutti nella sua strada, e quasi tutti erano lì da molto tempo, erano gente della vecchia California, famiglie che erano vere famiglie californiane, ma nel corso degli anni i vicini avevano cominciato a cambiare sempre più spesso, e ora lei non conosceva più nessuno, e non vedeva il motivo di sforzarsi, perché la gente comprava e vendeva case allo stesso modo in cui comprava e vendeva azioni, e ogni anno qualcuno se ne andava e qualcun altro arrivava, e ora si stavano aprendo tutte quelle porte da chissà dove, e arrivava ogni sorta di strana gente, gente che sembrava sentirsi più a casa propria di lei, perfino i senzatetto che non parlavano inglese, più a casa propria forse perché erano più giovani, e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo.
Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

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