La Ragazza Dai Capelli Strani (Girl With Curious Hair nell’originale americano) è una raccolta di racconti di Wallace pubblicata nel 1989, dopo il folgorante esordio de La Scopa del Sistema, e ripubblicata in Italia da Minimum Fax dopo la morte del suo autore, con l’aggiunta di un inedito che è ben più che un riempitivo, Brave Persone, posto in conclusione della raccolta come extra. Leggendo questi dieci racconti, come molte altre volte con le opere dell’autore americano, si è costretti a mettere in dubbio tutto ciò che si sa del racconto e della sua forma, ma anche della vita e degli innumerevoli rivoli nei quali essa scorre: alcuni racconti sono molto brevi (È tutto verde, un lampo fulminante come lo sarà Incarnazioni di bambini bruciati), altri estremamente lunghi e articolati (Lyndon); alcuni surreali e sul filo dell’assurdo (John Billy), altri irrefrenabilmente divertenti (La ragazza dai capelli strani, brano che dà il titolo alla raccolta); alcuni inquietanti (Da una parte e dall’altra), altri malinconici e tutti incentrati sul dolore (Dire mai e Piccoli animali senza espressione). In questi racconti, però, c’è un po’ di tutto, e la grande forza di Wallace è proprio quella di saper frullare tutti gli ingredienti servendo al lettore un piatto completo, nel quale questi possa soltanto e semplicemente perdersi. Come sempre la scrittura di Wallace non è semplice, ma procede ora a scatti, precipitevolmente, ora con periodi lunghissimi e ramificati, arrampicandosi ed inseguendo la linea tracciata dallo scorrere dei pensieri, che sospende il tempo e lo rallenta fino quasi a cristallizzarlo, alla costante ricerca di un senso umano oltre un affastellarsi di cose, oggetti, idee, sogni, cattiverie, imbarazzo, vergogne, propositi, desideri. I temi che Wallace tocca sono anche stavolta quelli consueti della sua produzione, l’irruenza con cui il mezzo televisivo e il suo linguaggio irrompono attraverso gli schermi nelle nostre vite e quali manipolazioni siano anche solo pensabili nel tentativo mai domo di ottenere qualche punto in più di share e vendere il prodotto che si deve vendere (La mia apparizione e Piccoli animali senza espressione sono estremamente indicativi, letti sotto quest’ottica); c’è spazio per la solitudine, il rimorso, la malinconia e le reciproche incomprensioni che sono, oggi, la cifra caratteristica dei rapporti tra gli essere umani, una linea di contenuti che attraversa l’intera raccolta da Piccoli animali senza espressione a Da una parte e dall’altra, da Dire mai alla compiuta espressione e sublimazione delle tre paginette di È tutto verde (che potrete leggere in fondo al post); c’è la critica della società del consumo, dell’ipercapitalismo e dell’edonismo ultraviolento (concettualmente e non solo) degli anni ’80, che si vede emergere in tutta la sua forza dalle righe di La ragazza dai capelli strani, che potrebbe benissimo essere la parodia o la riscrittura satirica delle pagine di Bret Easton Ellis. Ma c’è soprattutto la solitudine esistenziale, per così dire individuale, la sensazione d’esser gettati nel mondo senza scopo, ciascuno alle prese con la propria cognizione del dolore, perché che si sia aragoste, giovani tennisti dal futuro radioso o assistenti in carriera di Lyndon Johnson è questo il nocciolo scuro attorno al quale si avvolgono le spire delle nostre vite, un dolore sordo come una sensazione di essere fuori posto, una sensazione che combattiamo con tutte le forze cercando un senso o alla quale, a volte, preferiamo abbandonarci. Come in tutta la grande Arte, anche la letteratura di Wallace nasce da questo scarto e si nutre di questo scarto: non si tratta di pagine scritte solo per intrattenere (anche se riescono benissimo a tenerti incollato e strapparti incontrollabili risate o sincera partecipazione emotiva), ma di un vaso di perfetta porcellana attraversato da un’incrinatura; ed è come se Wallace puntasse l’attenzione su quell’incrinatura che scorre sulla superficie che racchiude dentro tutto quel nocciolo nero ma che è anche la toppa della serratura attraverso la quale ciò ch’è dentro può, in un secondo, rovesciarsi fuori, accogliendo al suo interno ciò che prima non trovava spazio. Wallace insegue l’indicibile, ancora una volta: magari lo fa con mezzi che, ai tempi di questi racconti, non sono affinati come lo saranno in Infinite Jest né tantomeno in Oblio, magari a volte il ritmo sembra calare, ma la verità è che queste pagine scorrono serrate e tolgono il fiato. Non ti lasciano scampo. E non è una contraddizione se Brave persone, il racconto inedito che chiude questa ristampa della raccolta, sembra andare a parare in una direzione totalmente diversa: laddove c’era una tavolozza infinita di colori e forme, un caleidoscopio di parole e periodi che rovesciavano sul lettore e su se stessi quantità enormi di idee, pensieri, informazioni, riflessioni incagliate sulla pagina, laddove c’era tutto questo resta un’evocazione secca, asciutta, essenziale dei timori di due ragazzi, due brave persone,alle prese con una scelta che in ogni modo potrà cambiare la loro vita, incentrata su una gravidanza indesiderata e su un aborto. Badate bene che non è essenziale ciò che si pensi sull’argomento in questione, estremamente spinoso; quello che davvero è essenziale, al di là degli opposti schematismi che frenano sempre la riflessione, è il porre l’accento sul fulcro stesso dell’unica risposta al dolore e al silenzio che l’uomo è in grado di dare, ovvero il momento della decisione. Come avrebbe detto Nietzsche, la vita ti prende e ti costringe a scegliere, e a stare da una parte o dall’altra, a prendere una decisione: nient’altro che questo. Non conta quello che succederà, e infatti il racconto non lascia che intuire ciò che potrebbe accadere, senza però sostanziarlo con uno scioglimento positivo, lasciando in sospeso un discorso che prende tutta la sua forza altrove, da quella necessità di affermare che non è tanto ciò che ti possono dire di dover fare, quanto la tua scelta, la tua decisione ad essere decisiva. Tutto ciò che toglie travaglio alle scelte che compiamo non è mai una benedizione, ma soltanto un comodo cuscino sul quale adagiamo la testa scegliendo di chiudere gli occhi e farci un bel sonno ristoratore, nella speranza che curi tutto: ma non è così. Alla fine, quando l’incrinatura su quel vaso finirà di tagliarlo e lo ridurrà in mille pezzi, inevitabilmente, e tutti quei pezzi non potranno più essere rimessi insieme, tutto ciò che conterà saranno state soltanto le nostre decisioni, le nostre scelte. Non è ottimismo della volontà, non c’è niente (forse) per cui essere ottimisti: è l’attestazione che non c’è senso nelle cose che accadono se non siamo proprio noi, qui ed ora, a conferirne loro uno. Così la crisi dei due ragazzi, squarciati dalla necessità di agire secondo i propri dettami religiosi, morali, politici o seguendo quello che sentono i loro cuori, è la crisi di ogni persona, etimologicamente il momento difficoltoso della scelta, della decisione, del senso. Non ha significato giudicare positivo o negativo l’aborto, essere contro o a favore adducendo argomenti che possono in ogni caso essere confutati agevolmente, come non ha significato, per dirne una, essere a favore o contro l’eutanasia (l’argomento potrebbe essere uno qualsiasi, dai più seri ai più faceti, e questa tutto vuol essere tranne che una discussione su aborto o eutanasia: sto parlando per esempi); non è tanto averne un’opinione favorevole o contraria, quanto il tentare di soffocare la dignità di una scelta coi diktat di tizio o caio, e misconoscere il coraggio con cui occorre affrontarla; è essere umani, è essere vivi, è stare di qua o di là, è pensare con la propria testa, è l’atto di decidere che conta. È questo ciò che ci rende umani, ed è questo che deve essere protetto contro un mondo di lustrini, potere, violenza e prepotenza, idee forti e fondamentalmente stupide, divertimento sfrenato e odio e orrore per la noia, il pensiero, la riflessione: l’umana debolezza di non sapere cosa sia meglio per noi.
Lei dice non m’importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente. Quando è la verità si fa in quattro per cercare di farti credere a quello che dice. Perciò sento di non avere dubbi.
Si rasserena e guarda dall’altra parte, lontano, ha l’aria furba con la sigaretta sotto la luce che entra dalla finestra bagnata, e io non so cosa mi sento di dire.
Dico Mayfly, con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ma ci sono delle cose che so per certe. So che io sto diventando vecchio e tu no. E che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani e con il cuore. Tutto quello che ho dentro di me l’ho dato a te. Tengo duro e lavoro sodo ogni giorno. Ho fatto di te l’unica ragione che ho per fare quello che faccio sempre. Ho cercato di costruire una casa per te, una casa di cui facessi parte, e che fosse una bella casa.
Mi rassereno anch’io e getto il fiammifero nel lavandino insieme ad altri fiammiferi, piatti, una spugna e cose del genere.
Dico Mayfly il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetto di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po’ di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.
Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.
Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che io sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te e in cambio non mi viene più niente.
Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.
È tutto verde, dice. Guarda come è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.
La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c’è un casino di verde. Gli alberi sono verdi e quel po’ d’erba che c’è oltre i dossi artificiali è verde e liscia. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nel portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato accanto alla roulotte vicina, dove c’è uno che ha fatto dei bambini.
È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me, lo so.
Getto la sigaretta e volto le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto verso di lei che sta sul divano in piena luce.
Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. È lei la mia mattina. Dite il suo nome.


Avete mai sognato, o desiderato, o temuto di partecipare ad una di queste sfarzose crociere pubblicizzate in tv o sui giornali, che sembrano sempre essere perfette, colme di lusso, relax, divertimento, nuove esperienze assolutamente irrinunciabili? David Foster Wallace probabilmente no, ma… ha dovuto farlo, quando qualcuno gli ha commissionato un reportage giornalistico, che si è tramutato poi nel saggio Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai Più, saggio che, nell’edizione americana, dà il titolo ad una raccolta contenente anche gli scritti pubblicati in Italia all’interno di Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado ed altre cose divertenti che non farò mai più, di cui si è già parlato su queste pagine. Chiaramente non attendetevi un reportage consequenziale o classico, meno ancora una sorta di Brochure dall’ingombrante dignità letteraria, piuttosto accostatevi a questo piccolo capolavoro di ironia come vi accostereste ad un mattoncino che compone un edificio assai più vasto, e cioè quello della profonda riflessione portata avanti da Wallace, lungo tutta la sua bibliografia, riguardo al tema del divertimento nelle nostre società occidentali avanzate: Wallace rimane fedele a se stesso, alle proprie idee e al proprio stile, e proprio dal punto di vista stilistico possiamo fin da subito notare come Una Cosa Divertente… si configuri quasi come una summa del modus operandi del grande scrittore americano, se non altro per l’uso massiccio (e diegetico) delle note a più pagina. Leggendo queste pagine penserete a più riprese a cosa non saremmo capaci di fare per un po’ di divertimento in più; a quali ridicole figuracce saremmo in grado di piegarci per non dovere, almeno per un secondo, pensare; a quali grottesche attività sapremmo dedicarci pur di non provare nemmeno un istante di lunga, profonda, comune noia. E’ convinzione di Wallace, come emerge dalla lettura dei suoi testi, che viviamo nella “società del divertimento”, una condizione conseguente al grande benessere cui il nostro stile di vita è conformato: una crociera diventa così un’occasione ulteriore per essere “viziati”, per non dover fare assolutamente nient’altro che ciò che ci diverte, senza domandarsi niente, senza preoccuparsi delle conseguenze, serviti e riveriti da figure che spesso non hanno volto né nome, e che sembrano dedicare tutto il loro tempo a noi soli, come costituissimo la loro “missione”. La grande capacità di Wallace, quella di condensare un intero mondo all’interno di un balletto di parole, si ritrova qui al suo massimo: sono folgoranti tutte le descrizioni delle attività crocieristiche, dei personaggi che animano questa settimana ai Caraibi, dai capitani e comandanti tutti di origini greche (e non è una sorpresa, come ci ricorda Wallace, visto che i greci sono uno dei popoli che hanno dominato il mare da sempre nella storia dell’umanità) alla varia umanità del tavolo 64 (quello assegnato al passeggero Wallace durante la crociera nel ristorante Caravelle a 5 stelle), al cameriere del tavolo, Àgoston, affettuosamente rinominato “L’Aràgoston”, a Petra, la silenziosa, rapidissima ed invisibile inserviente destinata alla perfetta pulizia della cabina 1009, quella nella quale alloggia, durante la crociera, il passeggero Wallace, a tutte le altre figure che si alternano ed incontriamo nella lettura, a volte in modo fulminante (tutti gli ufficiali greci in occhiali da sole d’ordinanza,il maitre rettileo etc. etc.) altre con succose digressioni sui loro strani comportamenti, come Capitan Video, prototipo vivente di colui che, piuttosto che viversi la vacanza e il relax dedicato, tenta di protrarla infinitamente nel tempo registrando e riprendendo qualsiasi cosa, a costa di non cogliere il “momento”. Ovviamente non bastano queste poche parole per riassumere un testo ricchissimo e tanto divertente (ci sono momenti in cui vi sorprenderete a ridere da soli, nel corso della lettura, e non è un’esagerazione di un lettore entusiasta), ma soprattutto grondante così tanti stimoli per la riflessione, perché forse Una cosa divertente che non farò mai più è soprattutto una fulminante, lucida e spietata analisi del comportamento del turista americano (ma poi per esteso, in un’epoca nella quale ormai, come voleva Wenders, l’America ha colonizzato le nostre menti, i nostri sogni e il nostro americano, del turista tout- court, qualunque sia la sua provenienza o appartenenza geopolitica), del “vacanziero” nella società del benessere e del piacere, e non sorprendetevi quindi quando vi scoprirete a condividere con Wallace, inizialmente anche solo in maniera inconscia, pensieri che avete sempre formulato dentro di voi ma forse senza mai avere la forza, il tempo o il coraggio di dar loro quella sistematizzazione ch’essi meritavano senz’altro, perché il grande segreto di questa come di ogni altra delle grandi opere di questo scrittore (ma come di ogni altra grande opera d’Arte) è quello di riuscire a parlare a ciascuno di noi mentre parla a noi tutti, di riuscire ad entrare in contatto con l’intimo di ogni lettore accompagnandolo nel tempo della lettura come se ogni parola fosse diretta esattamente a lui, e non semplicemente a chiunque legga. In sostanza, leggere un grande libro è un po’ come leggere dentro noi stessi che è un po’ come leggere dentro tutti noi: io personalmente, quando leggo Wallace, mi sento meno solo, e spero che questo possa capitare anche ad altri. Anzi, sono certo che è cosi. E se così non fosse, appena leggerete Una cosa divertente che non farò mai più e scoprirete (quasi subito) quale sia il significato della parola “pamper”, non dovrete far altro che lasciarvi viziare da questa scrittura geniale e da quest’opera dal fascino inesauribile.

“Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni. Ma allo stesso tempo gli scrittori tendono ad avere un’ossessiva consapevolezza di sé. Dal momento che dedicano molto del loro tempo produttivo a studiare attentamente le impressioni che ricavano dalle persone, gli scrittori passano anche un sacco di tempo, meno produttivo, a chiedersi nervosamente che impressione fanno loro agli altri.”
Fuori, nel croccante prato marzolino, alonata dai fasci di luce che spiovono dai lampioni, tra capannelli di ragazzi in blazer blu che risalgono il vialetto rifinendosi l’alito a colpi di mentine, assapora una breve epistassi.

Ho incrociato Infinite Jest solo dopo la morte del suo autore, David Foster Wallace, avvenuta lo scorso settembre, e mi sono già lanciato alcune decine di maledizioni assortite per essere arrivato, al solito, troppo tardi. Penso sia meglio ammettere subito che ignoravo quasi del tutto l’opera dell’autore in questione prima di quel giorno, sebbene ne conoscessi già il nome: oggi David Foster Wallace mi manca già, e sembra incredibile dato che l’ho appena conosciuto in quel modo così intimo e personale con cui un lettore conosce lo scrittore di un libro che ama. Infinite Jest mi ha attratto, ho desiderato improvvisamente di leggerlo, e probabilmente mi son reso complice di una follia, perché non deve essere il testo più facile dal quale approcciare un autore tanto importante… anzi, non lo è affatto. Ora, su internet fioccano commenti di gente che si dice incerta sul consigliare un libro come questo, un universo in miniatura di 1179 pagine (nell’edizione Einaudi, 1307 in quella Fandango) più centinaia di pagine di note (essenziali per la comprensione del libro, ben più che note, a dir la verità), un po’ per il volume della Cosa, un po’ perché è un libro pericoloso e a qualcuno può far del male sul serio. Ma cos’è realmente Infinite Jest? Infinite Jest è un libro sul tennis come metafora dei meccanismi di competizione che regolano le nostre esistenze nelle società industrializzate; è un libro sulla Dipendenza, analizzata in tutte le sue forme e varianti; è un libro sulla società basata sul divertimento, nella quale la parola party è usata come fosse un verbo, e nella quale l’Intrattenimento è il fine ultimo, un mondo di persone letterlamente "incatenate al divertimento" che potrebbero vivere anche tutta la propria vita nel dolore, ma non potrebbero mai rinunciare neppure ad un secondo di piacere, per dirla con Céline; a tratti sembra un lungo trattato di farmacologia, tanto è complesso e documentato, a tratti ancora un testo scientifico; è un libro sulla pubblicità, nel quale il messaggio pubblicitario si è insinuato in tutti gli interstizi della vita quotidiana, e persino gli anni sono “sponsorizzati”, e portano il nome di un prodotto (dall’Anno Del Pannolone Per Adulti Depend, nel quale si svolge la maggior parte della storia, all’Anno Dei Prodotti Caseari Dal Cuore Dell’America, all’Anno di Glad); è un libro sul terrorismo insurrezionalista del Quebec; è un libro sulle tragiche conseguenze della nostra abnorme produzione di spreco, di rifiuti, di scarto, di spazzatura, sul disastro ecologico, ambientale, biologico, umano; è un libro che intossica col potere di un’ironia tutta nuova, con un’inventiva sterminata e folle, e disintossica con pagine di "profonda e lucida tristezza" (J. Franzen, dalla quarta di copertina dell’edizione Einaudi). Ma in verità Infinite Jest è molto di più ed io lo sto banalizzando alquanto, e mi dispiace. L’unico antidoto alla banalizzazione è leggero in proprio, quindi io lo consiglio caldamente. Leggere Infinite Jest forse lascia scossi, come è successo a me; per le prime due- trecento pagine resti con una faccia tra l’interrogativo ed il vacuo a domandarti di cosa diavolo si stia parlando; poi pian piano entri nel ritmo del racconto, apprezzi anche le divagazioni più folli e apparentemente assurde (capendo che non lo sono), ti affezioni a tutti i suoi personaggi, ti mangi tutte le unghie
domandandoti come si potrebbe aiutare Don Gately a non soffrire più, o come si potrebbe fermare Hal Incandenza dallo scivolare nel mutismo, nell’incomunicabilità. Poi alzi gli occhi dal libro e guardi il calendario e capisci in un botto che questo è l’Anno di Glad, e il fatto che il futuro descritto nel libro sia ormai nel nostro passato non sarà in grado di esorcizzarlo affatto, semmai resti inquieto a pensare come il nostro oggi sia sinistramente simile al tempo di Infinite Jest. Siamo all’Anno di Glad e ti chiedi come Hal abbia conosciuto Don e come ambedue siano finiti, con la giovane promessa del tennis John Wayne a far loro da palo, a scavare tra le tombe per dissotterrare qualcosa prima che sia troppo tardi. E ti chiedi cosa sarà successo a tutte le figure cui hai voluto bene. E quando provi a darti una risposta, metà di queste risposte non ti piacciono proprio. E così riprendi in mano il libro e vai a ricercare, a piluccare qua e là, ti rileggi quell’inizio che poi è una fine e non puoi farne a meno, senti l’istinto insopprimibile di ricominciare. Infinite Jest assomiglia maledettamente al film che gli dà il titolo, l’ultimo film di J. O. Incandenza, ex- promessa del tennis, scienziato e poi cineasta après garde morto suicida con la testa in un microonde prima di aver finito di montare appunto la sua opera ultima, un film che dà dipendenza, che non puoi smettere di vedere finché di te non rimane nient’altro che un guscio svuotato di ogni altro bisogno, un intrattenimento tanto piacevole da uccidere, ma lasciandoti un sorriso sulle labbra e lo sguardo perso nel nulla di chi svuota la propria testa con piacere inesprimibile. Ma sarebbe riduttivo pensare che sia solo questo. Infinite Jest è anche molto altro, è grande Letteratura in un’epoca, la nostra, nella quale sempre più si assiste ad un’involuzione costante della Cultura; è una fine e, credo (spero) un principio, anche se non più per il suo autore. Infinite Jest non assomiglia a niente che io abbia mai letto, ha qualcosa in più di ogni altro testo sotto ogni punto di vista, è avvolto in una ben distinta bruma indefinibile che avvolge a sua volta, mentre lo leggi ti sembra sempre che David Foster Wallace stia parlando a te, proprio te in persona, e a nessun altro (come in ogni grande romanzo, mi vien da dire), mentre vai avanti osservi come tutte quelle che sono le regole e le codificazioni del genere “romanzo” vengano abolite e piegate senza pietà in uno specchio distorto, come la realtà vista attraverso lenti tremolanti o forse astigmatiche che simulano la visione neonatale, e ti ritrovi come un bambino con la bocca spalancata a contemplare la verità che ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te.
