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The slaughter in the sky: umanità e apocalisse in RE-ANIMATOR (Everything Everything, 2020)

Nel panorama piuttosto convenzionale di quello che ci si ostina a chiamare “indie-rock”, o “indie-pop” (o usando altre etichette variamente insignificanti), ci sono poche band sinceramente interessanti come gli Everything Everything. Il quartetto di Manchester, composto da Jonathan Higgs (voce, chitarra, synth), Jeremy Pritchard (bassi, e che bassi, e synth), Micheal Spearman (batteria e drum machine) e Alex Robertshaw (chitarra) propone ormai da una decina di anni musica di alto livello, capace di mescolare influenze importanti e ingombranti, inclinazioni e gusto personalissimi e soprattutto un’attenzione non comune per i grandi temi della contemporaneità. Forse Higgs, autore delle liriche, è soltanto uno che annusa bene l’aria, e riesce a cogliere anche con un certo anticipo i temi che saranno caldi di lì a poco (penso al crescente sentimento di diffidenza e odio nei confronti dell’immigrazione e degli immigrati, uno dei temi di Get To Heaven, uscito nel 2015 ben prima del referendum sulla Brexit e degli esiti delle elezioni presidenziali americane del 2016): sta di fatto che nessuna delle canzoni partorite dalla band è mai meno che interessante allo scopo di disvelare qualche particolare, qualche dettaglio, qualche spunto di riflessione utile sulla realtà. Ma siamo qui a parlare degli Everything Everything perché è uscito lo scorso 11 settembre Re-Animator, il loro quinto LP (di qualcuno dei suoi singoli di lancio abbiamo parlato nei mesi scorsi anche qui, qui e qui). Re-Animator esce a tre anni di distanza dal precedente lavoro, lo splendido A Fever Dream (se ne parlava qui, tra le altre cose), per l’etichetta indipendente AWAL: anche questo è un cambiamento, dopo una buona decina di anni spesa da Higgs e soci tra Geffen e RCA.
Da un punto di vista strettamente musicale, gli accenti di
Re-Animator sono meno drammatici e ossessivi di quelli del suo predecessore: Re-Animator è in qualche modo un album che racconta di un risveglio, di una (ri)scoperta, e la musica pensata e suonata da Jonathan Higgs & soci aderisce completamente a queste sensazioni, densa delle solite, trascinanti alchimie ritmiche ma allo stesso tempo teneramente delicata, come cogliesse un fiore nell’atto di sbocciare, spesso piana, diretta, ma non meno affascinante che in passato. Sono spesso discreti, per quanto portanti, gli interventi strumentali, e penso soprattutto all’impareggiabile lavoro di cesello di Robertshaw, che arricchisce il motore ritmico della coppia Pritchard-Spearman di un caleidoscopio di particolari stranianti e affascinanti, una densità e stratificazione di interventi che, nella semplicità, restituisce un cristallo sfaccettato, fonte inesauribile di giochi di luce. Gli Everything Everything sono cresciuti molto, nei dieci anni che ormai ci separano dal debutto di Man Alive (2010, recensito su questo stesso blog in lieve ritardo sull’uscita ma comunque quando ancora non se li filava nessuno, almeno dalle nostre parti): l’interplay debordante tra il basso di Pritchard e la batteria di Spearman, che tanto caratterizzava alcuni episodi degli esordi (faccio due titoli soli: Schoolin’, da Man Alive, e Cough Cough, da Arc, del 2013), è oggi forse più sotterraneo (ma non meno fondamentale, si pensi solo a Big Climb, direttamente da questo disco, o a Run the Numbers), e un grande rilievo hanno assunto negli anni le coloriture elettroniche, l’uso dei synth e di pulsazioni ritmiche sintetiche, come se gli Everything Everything avessero voluto ripercorrere, in maniera totalmente personale e trattando di volta in volta i temi che più stavano loro a cuore, il percorso tracciato principalmente dai Radiohead, una band che non può che essere annoverata tra le principali ispirazioni di Higgs e soci (come chiaro anche da un ascolto solo superficiale di quest’ultimo album).
Re- Animator, come di consueto, è un concept-album, un termine probabilmente desueto e visto con sospetto in un mondo che consuma la musica come un prodotto usa e getta, buono per le playlist e poco altro: un lavoro che si capisce e si apprezza completamente solo nella sua interezza. Centrato sull’idea (affascinante, e rischiosa) della comparsa della coscienza nell’uomo, il disco è profondamente influenzato dal cosiddetto principio della mente bicamerale, formulato dallo psicologo americano Julian Jaynes, teoria oltremodo controversa secondo la quale la mente umana operava, in un passato remoto, in uno stato nel quale le funzioni cognitive erano divise tra due zone del cervello, l’una atta a parlare, e la seconda ad ascoltare e obbedire alle indicazioni della prima, e che la coscienza di sé, uno degli attributi che riconosciamo come caratteristici dell’essere umano, sarebbe sorta come effetto evolutivo a seguito della rottura di questa peculiare simmetria. Un’idea complessa, che per Higgs è terreno fertile per innestare una riflessione che dal tema del doppio, del Doppelgänger (trattato ad esempio in Arch Enemy e, soprattutto, The Actor) porta ad interrogarsi su cosa ci renda esseri umani (Planets), sui grandi problemi del nostro tempo (la crisi climatica e del sistema capitalistico raccontata in Big Climb) fino a raccontare proprio quella rottura della simmetria, e la comparsa della coscienza (il dittico costituito da Black Hyena e dalla splendida In Birdsong, un’autentica colonna sonora di questo risveglio): quanto è piana la musica, meno ossessiva e più dolce rispetto all’immediato passato, tanto sono selvagge le parole, intensi i versi, profonde e inattuali le riflessioni proposte da Higgs nei suoi testi, che costituiscono come sempre una sfida, parole coraggiose sui temi più disparati e spesso scomodi (penso ancora a quell’intenso e potentissimo ritratto del tema dell’affermazione violenta della mascolinità, del dolore e del suicidio maschile che si trova nella splendida The Mariana, di cui scrissi brevemente qui, un brano con una portata valoriale e letteraria che va parecchio oltre rispetto a tutto quanto abbia mai ascoltato in vita mia); Re-Animator, al pari dei precedenti lavori della band, è un contenitore di riflessioni sempre audaci, variegate e stimolanti che pescano direttamente dalle ossessioni personali di Higgs (la coscienza della propria debolezza, la forza che occorre per mostrarla, il proprio ruolo nel mondo, la responsabilità che questo comporta): la coscienza umana, in ultima analisi, dipinta qui con magica delicatezza come avviene nel primo singolo estratto, In Birdsong, proprio mentre si aprono gli occhi sul mondo per la prima volta.
L’album si apre con
Lost Powers, che comincia quasi come una ballad, delicata e soffusa, prima di diventare un brano profondamente guitar-oriented, chiuso da un classico assolo di Robertshaw, rumorista e pieno di glitch: nelle parole di Higgs e Robertshaw stessi, Lost Powers nasce come una semplice ballad pianistica per poi trasformarsi in qualcosa che sembra essere uscito da The Bends (tanto per restare in zona Radiohead), come se la band fosse riuscita a modernizzare un po’ quelle atmosfere (“[…] modernized it a bit, and it came out sounding so positive even though it’s about being insane and being a conspiracy person”).
La seguente
Big Climb è un invece pezzo pieno di riferimenti alla crisi climatica e del sistema capitalistico (si veda il video che la accompagna, qualche scroll più in basso), centrata sull’idea che lo sviluppo tecnologico sregolato e il contributo antropogenico al cambiamento climatico renderanno presto la sopravvivenza della nostra specie impossibile: musicalmente, il brano si basa sull’interplay sempre proficuo tra il basso di Pritchard e le ritmiche di Spearman, con un ritornello che resta incollato addosso (We are one thing/ (Not afraid that it’ll kill us, yeah/ We are afraid that it won’t)/ Led to another/ (Not afraid that it’ll kill us, yeah/ We are afraid that it won’t)).
It was a monstering staziona ancora in zona Radiohead, palesando apertamente e in modo molto citazionista le sue ispirazioni (ritmiche ossessive e voci dilatate, melodie vocali molto distese e eteree, un brano che si sarebbe potuto ascoltare senza problemi in un disco come In Rainbows): anche qui le liriche di Higgs girano attorno al concetto della mente bicamerale, in particolare inaugurando una serie di brani che, nel corso del disco, si interrogheranno su come possano coesistere all’interno dell’essere umano passioni e pulsioni apparentemente antitetiche, e in ultima analisi come si possa spiegare la pulsione al male che spesso alberga negli istinti dell’uomo. Per usare le parole dello stesso Higgs, “Across the record there’s quite a few references to urban myths, bogeymen. It’s painting myself as this outsider, like a monster. There’s loads of references to me being a vampire or an old Universal villain, Frankenstein or whatever. And then it descends into a big list of awful urban myths. Then there’s some bicameral mind stuff about how I want them to be able to inhabit my brain. It’s not very clear-cut, that one; it’s more about painting a feeling, really”. Da sottolineare, per i cultori del genere, come il titolo costituisca una piccola citazione del noto episodio Nightmare at 20,000 Feet della serie The Twilight Zone, diretto da Richard Donner e interpetato da William Shatner: It was a monstering at nearly ninety-thousand feet, canta Higgs all’inizio della seconda strofa.
Planets la si potrebbe definire come una ballad prog-rock, guidata da un arpeggio di synth profondissimi che dipingono un’atmosfera elegantemente dark: dal punto di vista dei testi, si tratta ancora di un calderone di riflessioni sull’essere umano, sulla possibilità di essere amati nonostante tutto, indipendentemente da tutto (What’s beastly about beast behaviour?/ God knows I could use a drink of virgin blood to quench my thirst): “Planets is about calling out to be loved, feeling unworthy, and finding the love of the universe instead”, ricordavamo qualche tempo fa parlando di questo singolo estratto.
Moonlight è invece una ballad dimessa, affidata ancora all’incedere sicuro della batteria di Spearman e del basso di Pritchard. Il brano spezza il ritmo, incastrato com’è tra il prog di Planets e le schizofrenie ritmiche della seguente Arch Enemy: in qualche aspetto Moonlight ricorda ancora i Radiohead, padri putativi di tanto rock alternativo e intellettuale, e racconta della sensazione di sentirsi bloccati, incapaci di procedere lungo una qualsivoglia direzione, come Higgs canta nello stupendo bridge (On the wind, I hear (Please)/ Please be good to me/ Chaos, slow and warm/ All I need is red blood/ The same blood that I feel now)
Arch Enemy torna al tema dello sdoppiamento, alla teoria della mente bicamerale, ed è un brano multiforme e inquetante, in questo forse il più vicino alle atmosfere pienamente apocalittiche di A Fever Dream: è una canzone che la band definisce piuttosto strana anche per i propri standard, che torna a parlare di voci nella testa e personalità multiple, dell’adorazione di un dio che in realtà è una fatberg, una montagna di grasso. Ritorna quindi anche qui l’immagine del grasso, fat, spessa chiamato in causa da Higgs (in passato si pensi a No Reptiles): avarizia, tossicità e rifiuti, uniche divinità di un mondo votato all’autodistruzione, vergono personificati in questi giganteschi ammassi di grasso, le fatberg, appunto, che non sono altro che materiale solido non biodegradabile che tende ad accumularsi negli scarichi civili e industriali (si legge su Wikipedia: “A fatberg is a congealed mass in a sewer system formed by the combination of flushed non-biodegradable solid matter, such as wet wipes, and congealed grease or cooking fat. Fatbergs became a problem in the 2010s in Britain, because of ageing Victorian sewers and the rise in usage of disposable (so-called “flushable”) cloths.”). Una metafora potente che lega passato e presente in un’immagine di assoluto e potentissimo squallore, e che non richiede ulteriori specificazioni.
Lord of the trapdoor, come la vecchia, buona Ivory Tower, torna a parlare del tema (molto contemporaneo) degli “internet trolls and haters”, una categoria umana ampiamente diffusa ai giorni nostri: il brano ha una scansione ritmica insolita, affascinante, e una ricchezza armonica che Alex Robertshaw accredita al suo amore per la struttura di Giant Steps, celebre brano di John Coltrane basato sulla caratteristica progressione di accordi che avrebbe poi preso il nome di Coltrane Changes; proprio quella peculiare progressione armonica viene citata come principale ispirazione per le atmosfere dal sapore vagamente jazzistico di questo brano, che sfocia infine in una tempesta chitarristica di chiara discendenza Sonic Youth.
Black Hyena ha ancora una ritmica accattivante e inconsueta e, al pari di Big Climb, torna a interrogarsi sui rischi dello sviluppo tecnologico incontrollato e sui pericoli della hybris: il brano racconta di un mondo abitato da iene che tornano in vita come gusci vuoti, pronte a mordere chi le ha riportate alla coscienza (Hello, Re-Animator!, recita il ritornello). Sospesa tra una strofa oscura e inquietante e un ritornello baciato da un’improvvisa apertura di colore, sottolineata principalmente dall’arpeggio sintetico che lo accompagna, Black Hyena, seguendo le parole dello stesso Higgs, racconta di quanto sia semplice mettere a rischio l’equilibrio naturale dell’esistenza (“I wrote these lyrics about someone tinkering with animals, literally bringing them back–a Frankenstein-type creature, messing with nature, which comes up a hell of a lot on the record. It’s a warning about fucking around with nature too much, I guess.”). Musicalmente il brano è costruito sugli elementi percussivi, ed è una straordinaria batteria di Spearman che lo conduce alla sua conclusione, lasciando infine spazio al risveglio della coscienza dipinto nel magnifico affresco di In Birdsong.
Nello sviluppo lineare delle liriche all’interno di
Re-Animator, In Birdsong è la vera e propria canzone del risveglio, quella in cui si narra compiutamente dell’umano primitivo che scopre se stesso, la propria esistenza: avviene la rottura della simmetria, la mente si riappropria di se stessa e l’essere umano sperimenta la sensazione e l’effetto della prima visione sulle cose che lo circondano. È difficile descrivere un brano così denso: si tratta di una piccola suite, incisa con la cura del dettaglio di un miniaturista su una ritmica che richiama da vicino il battito di un cuore, un affresco in cui le pennellate sono vampate di synth, sovrapposizioni di arpeggi che si accendono e si spengono come onde del mare sulla spiaggia; una musica che si apre come un fiore, a tutti gli effetti una partitura che sboccia sotto gli occhi e nelle orecchie dell’ascoltatore.
La successiva
The Actor ritorna all’idea del Doppelgänger, il doppio che prende il controllo sulla tua personalità (la frattura dell’io e della mente, l’inviluppo insolubile tra bontà e malvagità): la ritmica trascinante e il delicato arpeggio di chitarra accompagnano un testo che parla di incarnazione e possessione da parte del proprio doppio (The plan was gonna work/ So perfectly because/ He/ Fit my clothes and he has a face like mine/ If he acts the same then I don’t mind at all), versi riecheggiati nel finale dall’identificazione e dall’accettazione di questa coscienza bivalve (Because we/ Fit my clothes and have a face like mine/ If we act the same then I don’t mind at all). Si tratta di un testo ricco di associazioni di immagini, centrato sulla sensazione di essere in qualche modo disconnessi dalla realtà circostante e sulla difficoltà di qualunque assunzione di responsabilità nei confronti delle proprie azioni e del proprio posto nel mondo (“it was very much an OK Computer-type song about finding somebody who looks exactly the same as you and giving over your life to them so you can just disappear, give up all your responsibilities”, racconta lo stesso Higgs).
Al culmine di questa violenta apocalisse, che l’uomo può approcciare a occhi aperti,
Violent Sun è la chiosa perfetta: un pezzo alt-rock forse un filino più convenzionale, ma di sicuro un upbeat trascinante e abbacinante, come la luce che cerca di descrivere, scandito dall’anafora dell’and con cui il narratore inizia ogni verso, enumerando una serie di immagini e sensazioni potentissime. Per usare le vive parole di Jonathan Higgs, “It’s the last song of the night, and the last song of your life”. Violent Sun, al pari di molte altre canzoni degli Everything Everything, tocca direttamente il topos della fine del mondo (si pensi a brani quali Duet, Armourland o ancora Warm Healer, tutti intrisi di un senso profondo di apocalisse imminente o già consumata). Mentre però spesso, in passato, il tono di questi brani era pessimistico o rassegnato (come nel finale di The House is Dust, intriso della volontà frustrata di comprendere le vere ragioni dell’esistenza: I wish I could be living/ At the end of all living/ Just to know what happens/ Just to know what happens/ I would know every answer/ And just how far we all made it/ This is all my life/ This is all my life), nel caso di Violent Sun sembra che Higgs voglia abbracciare questa fine del mondo, piuttosto che lamentare semplicemente l’imprevedibilità dell’esistenza. Le riflessioni di Higgs si imperniano da sempre attorno alla visione, apocalittica ma ogni giorno più sinistramente reale, di un mondo che si avvia verso la sua conclusione: non è un caso che In Birdsong, accanto al racconto del risveglio, evochi l’immagine di quel massacro nel cielo, The slaughter in the sky (che di volta in volta può essere un’estinzione di massa, il cambiamento climatico, la crisi dei combustibili fossili, la fine drammatica delle risorse, l’incapacità dell’uomo di accettare e convivere con l’altro, e quindi per esteso la morte del pianeta, la nostra estinzione). Lo scarto di Violent Sun sta qui: la capacità di essere insieme agli altri, essere umano tra gli esseri umani, è finalmente avvertita come sufficiente ad affrontare l’ignoto (Hey, I wanna be there/ When the wild wave comes/ And we’re swept away/ I wanna be there/ When the wild wave comes/ For us/ Then she takes you in her violent arms/ And you stare into the violent sun/ And the words are wrong but in the right order/ And she takes you in her violent arms/ And you stare into the violent sun/ And you know this will be gone in the morning), perché la paura dell’ignoto ci accomuna tutti. È altresì interessante constatare come il video di Violent Sun contenga al suo interno un autentico atto di Re-Animation: un incendio nei primi giorni del lockdown distrusse il magazzino della band, e anche le prime chitarre di Higgs e Alex Robertshaw; nel video, la band viene ripresa mentre suona, rianimandole e portandole a nuova vita, proprio le carcasse bruciate di quegli strumenti. “2020 is not going to stop us that easily”, scrisse Higgs su Twitter commentando un’immagine scattata alla strumentazione bruciata irrimediabilmente nell’incendio.
Forse il fiume di parole che ho speso per questo album potrebbe farvelo sembrare un prodotto cerebrale, e come tale qualcosa di difficile, complesso da accostare: ecco, la grande forza di questa band risiede invece proprio nella sua accessibilità, nella capacità di mescolare influenze, idee e ossessioni in brani di enorme potenza musicale, spesso colti e ricercati, ma di sicuro mai distanti dall’ascoltatore. La musica degli
Everything Everything non è mai vacuo intellettualismo, ma piuttosto sempre musica quasi fisica, suonata splendidamente e scritta con grazia e acume, una dimostrazione della forza stessa del mezzo, un nocciolo caldo e potente capace di travolgere e smuovere. Vi farà probabilmente muovere i piedi, ma non mancherà di mettere in circolo anche i pensieri. Probabilmente, come tutte le cose belle, anche questa musica richiederà del tempo: se gli concederete questo tempo, Re-Animator saprà ripagarvi con qualcosa di estremamente prezioso, un punto di vista diverso sul mondo o magari soltanto la certezza di essere meno soli.

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