Un saluto ad Antonio Tabucchi

Qualche anno fa, con in mano una copia di MicroMega, i primi articoli che andavo a leggere e rileggere erano i suoi (e quelli di Vattimo). E in fondo un po’ a lui devo anche la mia personale scoperta di Pessoa. Buon viaggio, pertanto.

“Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita. Domani anch’io scomparirò. Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria? Il pallido tabaccaio? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita? Domani anch’io scomparirò da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch’io – l’anima che sente e pensa, l’universo che io sono per me stesso – sì, domani anch’io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un “che ne sarà stato di lui?”. E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi.”

(F. Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”)

"Urlo" (Howl), di Rob Epstein e Jeffrey Friedman

Questo post arriva in ritardo: era stato pensato come recensione e invito alla visione al cinema, alla fine della scorsa estate, e si tramuta oggi, a causa dei nostri problemi di connessione (dei quali già a lungo si è parlato) in una specie di “consiglio per gli acquisti”, dato che l’opera in questione è disponibile già da un po’ in DVD. Tuttavia il consiglio credo mantenga la sua forza, se è vero che siamo nel 2011 e può sembrare quantomeno anacronistico incaponirsi a scrivere e dirigere un film sulla Poesia: se c’è qualcosa di cui ci sembra di poter fare a meno è proprio quello, la poesia. In fondo abbiamo i Baci Perugina, le canzonette, il mercato dell’intrattenimento mascherato da Letteratura, i reality show e la possibilità, sempre più concreta, di realizzare ogni nostro sogno. Non è un discorso banale, in realtà, anche se ammetto che possa sembrarlo: “ecco, la solita critica dei luoghi comuni della società, il solito intellettualismo mal indirizzato” etc. Quando ho visto Urlo, dei registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già premi oscar per il miglior documentario nel 1985 per The Times of Harvey Milk (solo Epstein) e nel 1990 per Common Threads: Stories from the Quilt (entrambi), ho pensato a più riprese di stare vedendo un film “a tesi”: ogni personaggio sembrava incarnare una precisa visione del mondo, e riproporla con invidiabile ottusità nel corso della storia; ogni personaggio sembrava rappresentare una precisa visione del mondo, somma sintesi di una dialettica cui l’opera dei due registi non sembrava essere interessata: ecco il critico accademico e parruccone che affonda la poesia di Ginsberg perché non sarebbe poesia Alta, il conservatore applicato all’Arte (uno dei più grandi controsensi che possano essere partoriti, ma mi rendo conto che detto nel paese che ancora vanta Sandro Bondi come Ministro della Cultura la portata del problema possa apparire sminuita); ecco invece la grande esperta di poesia che passa la sua vita a tradurre e riscrivere opere altrui in una mimesi sterile, convinta che solo l’imitazione possa sfociare nell’Arte e nella grande Letteratura, e che trova fastidiosa l’opera del giovane Ginsberg per il linguaggio esplicito, colorito, vivo (ovvero, il conservatore a tutti i livelli che bolla tutto ciò che è nuovo e diverso invariabilmente come malato); c’è l’avvocato che difende la moralità pubblica (non la morale, che è diverso) dai grandi pericoli portati dall’oscenità dei versi del poeta americano, versi che ovviamente non capisce (e rappresenta un po’ il popolo bove che si abbevera a fonti avvelenate nutrendosi di rassicurante, placido conformismo, unico antidoto ai pericoli di una vita libera); e c’è il poeta che scrive per mettersi davvero in contatto con se stesso, che riversa il suo intero animo nei versi e si comunica senza filtro, corpo nudo colto nell’estrema debolezza, disarmato e folle, che si consegna per ciò che è e non per ciò che, come fanno tanti, vorrebbe apparire. È da quest’ultima riflessione che sono dovuto ripartire per considerare seriamente questo film che in realtà è tre film in uno, dramma giudiziario (ricostruzione del processo per oscenità subito dal poema di Ginsberg Urlo e dal suo editore, quel Lawrence Ferlinghetti già a sua volta poeta e promotore culturale, punto di riferimento di un’intera grande generazione di autori americani), documentario sulla poesia con stralci di dichiarazioni di Ginsberg (ricostruito anch’esso, con Ginsberg a cui presta volto e voce uno straordinario James Franco), e la Poesia stessa, riproposta nelle immagini del primo reading di Urlo tenuto da Ginsberg (ancora interpretato da Franco, ovviamente) e vivificata attraverso l’immagine animata, animazioni che cercano di dare respiro e volume ulteriore a parole che, già da sole, non possono lasciare indifferenti. Così ho lentamente capito che Urlo è un gran film/ non film, o un ottimo documentario/ non documentario, che dir si voglia: attraverso un montaggio sapiente riesce a parlare della Poesia, dell’Ispirazione e del senso ultimo dell’Arte conferendo nuova vita a parole immortali. Probabilmente non tutto è allo stesso livello (ad esempio, per chi scrive, le sequenze animate non sono sempre all’altezza dei versi che vorrebbero commentare), forse (come già accennato) alcune necessità di scorrevolezza rischiano di far deragliare il treno sui binari di una schematizzazione troppo rigida, ma quel che resta vivo e pulsante è il nocciolo di purezza delle Parole: i registi riescono a dare forza a queste Parole, a questi Versi; il film non parla se non attraverso i versi di questo poema tanto pericoloso da essere processato (non il suo autore, che non si presenterà nemmeno in aula, ma il poema stesso, che non ha altre difese se non, appunto, se stesso). Forse l’idea di processare un poema può far sorridere, ma fa già meno ridere se si pensa come oggi, molto più semplicemente, ciò che è pericoloso venga lasciato appassire nell’indifferenza, senza ovviamente offrirgli l’opportunità di crescere. Che sarebbe accaduto se Ginsberg avesse scritto oggi questi versi nella società delle canzonette che impara le poesie a memoria per l’interrogazione con la mente volta unicamente allo sballo a (non più) desolata sottoveste alzata? Cosa riusciamo a imparare oggi del senso di vuoto, cosa capiamo delle prigioni nelle quali ci lasciamo intrappolare, dove andranno a disfarsi della vita divenuta inutile le menti migliori della nostra generazione? Che servizio stiamo facendo a noi stessi e a chi verrà dopo di noi, raschiando il fondo e svuotando l’esistenza di ogni succo e linfa vitale? Che cosa sappiamo affermare tra le troppe cose che siamo perfettamente in grado di negare con la spaventosa forza dell’indifferenza? Urlo è stato poema politico,e questo è innegabile, ma forse solo ad un primo sguardo: è Poesia carica di partecipazione giocosa della Meraviglia, che trae linfa dal dolore (che nessuno, purtroppo, può negare) per cercare di immaginare un mondo diverso, dove nessuno resti solo, dove Ginsberg può scrivere “Carl Solomon! Son con te a Rockland/ dove sei più matto di me/ son con te a Rockland/ dove devi sentirti molto strano[…]”, dove a ben guardare forse c’è qualcosa di santo persino nei cazzi dei nonni del Kansas, dove l’inferno artificiale degli elettroshock e degli psicofarmaci sconfina pericolosamente nell’inferno reale di desertificata solitudine che d’esser pazzi è in grado di convincere. Urlo è Poesia di vita, cacciata a gran voce nel mezzo del deserto: ricostruire. Da capo. Per questo il film di Epstein e Friedman è importante: ci spinge a domandarci quale sia il nostro Moloch, forse la foschia tabacco narcotica del Capitalismo, magari un amore che è petrolio e pietra senza fine, di sicuro un mostro i cui occhi son mille finestre cieche; ci spinge a non accontentarci della prosa da best seller alla quale ci sembra di dover aspirare d’esser ridotti, ma a desiderare qualcosa di nuovo, di diverso, un nuovo sguardo o un nuovo punto d’osservazione. Urlo faceva paura perché non era/ non è sclerotizzato; non era/ non è capace di lasciare indifferenti. E mi permetto di dire che, colto e fruito nei suoi valori, nemmeno il film lascia indifferenti, e riesce nel difficile compito di restituire in qualche modo la forza di versi in grado di cambiare il mondo.

Esce "May The Days Be Aimless", il nostro quarto LP!

May the days be aimless. Let the seasons drift. Do not advance the action according to a plan.
(Don De Lillo, Rumore Bianco)

 

Possano i giorni essere senza meta: un augurio, certamente. L’unico sbocco possibile a quanto fatto dal 2008 a oggi, con i passaggi de Il Perfezionamento dello Spreco e La Metafisica Degli Alberi. Non è così strano, se ci pensate un po’: viviamo in un mondo che maschera la sua intrinseca irrazionalità con un’elegante patina di buon senso, rigore logico e schiacciante raziocinio. Ma è razionale una società nella quale si discute animosamente (come si poteva leggere lo scorso agosto nell’edizione online del Guardian) dell’eventualità di fornire ai clienti dei fast food salvifiche pillole anticolesterolo di contorno ai cibi grassi, unti, di oscura provenienza e certo non così salubri prodotti da queste catene di ristoranti, e tutto questo mentre la grande maggior parte del pianeta muore di fame? Può darsi che fosse una provocazione; può darsi che si stia fraintendendo, o peggio ancora che ci stiamo comportando da ipocriti. Torna in mente Tony Blair all’indomani dei terribili attentati di Londra del luglio 2005, mentre tuona che “niente ci costringerà a cambiare il nostro stile di vita!”; torna in mente, nel nostro piccolo, anche il pezzo che abbiamo composto ormai un paio di annetti fa, La paralisi della critica: “Romeo, l’Idiota, Edipo, Faust? Uno psichiatra li curerà”. Come sempre, tocca ringraziare Marcuse per l’intuizione giunta in tempi non sospetti: oggi c’è una pillola per ogni malattia, per ogni stranezza e finanche innocua differenza. Adorno scrisse che “si è davvero amati solo laddove la nostra debolezza non provoca in risposta la forza”: esiste oggi un luogo del genere, che sia fisico o meno? Esiste una pillola che sia in grado di curare la sensazione di essere costantemente fuori posto, di non capire niente di quanto ci accada intorno? Probabilmente questo dischetto, che vede finalmente la luce dopo mesi difficili e qualche evitabile problemuccio tecnico, parla proprio di questo. È stato un lavoro lungo, durato quasi otto mesi nel corso di questo 2010, per il quale occorrerebbe ringraziare davvero molte persone, da quelle che ci sono state a quelle che, purtroppo, hanno dovuto dare forfait: da Simone Molinaroli, che ci ha concesso l’onore di recitare di persona i suoi versi in apertura dell’album e al quale siamo grati per la grande ispirazione che continuamente le sue parole forniscono, ad Andrea Agostini, che ha suonato la batteria nell’unico brano momentaneamente escluso da ogni tracklist a causa di problemi di “arrangiamento”; da Luca, Ivan e Irene, che hanno collaborato alla realizzazione del video di lancio per il singolo Lullaby, già pubblicato nell’omonimo EP uscito un paio di settimane fa in download gratuito sul sito della nostra net label Eosrec, e senza i quali nessuno di quei circa cinquanta palloncini sarebbe mai stato gonfiato, a Benedetta, che avrebbe dovuto prestare la sua voce in un paio di brani ma, a causa di difficoltà tecniche insormontabili, ha dovuto far slittare a tempi migliori questa preziosa collaborazione; e poi dovremmo nominare tutta quell’Arte, quella Poesia, quella Letteratura che ci hanno come sempre guidato nella composizione dei testi e delle musiche, da Pessoa a Majakovskij, da Brodskij ai Morphine, da Jackson Pollock alla letteratura giapponese al romanzo “Dialettica di un periodo di transizione dal nulla al niente” di Viktor Pelevin al quale abbiamo rubato metà del titolo e un paio di righe per una delle nostre canzoni, da Foster Wallace alla musica glitch, dai Low a certi splendidi luoghi che ci sono rimasti nel cuore. Come sempre, una lista infinita di ringraziamenti che però non ce la sentiamo di considerare inutili: senza tutto questo, senza l’intervento di tutte queste persone, noi non saremmo ciò che siamo e questa musica sarebbe molto diversa. In fondo, il sogno nascosto di tutto il nostro lavoro è far sì che un giorno anche solo uno tra voi possa considerare l’ascolto di un brano, di un accordo, di una frase di questi piccoli album realizzati con sudore della fronte, entusiasmo e totale artigianalità, come un momento che ha contribuito a fare di voi stessi ciò che poi siete diventati: a farvi cambiare. L’Arte deve tornare ad avere il coraggio di mostrare strade diverse, di farsi strumento di crescita e cambiamento, moltiplicatore delle differenze e dei punti di vista: non lasciarsi ottundere dalla musica più biecamente commerciale, dalle parole indifferenti che non fanno male e non bruciano se ti finiscono davanti agli occhi, da un paese che lascia ingoiare tutto dall’avanspettacolo con la stessa nonchalance con cui nasconde la propria polvere sotto il tappeto, e non solo la dignità, ma perfino il bisogno di dignità e la sensazione stessa di quel bisogno, un paese nel quale la critica va di pari passo con la presentazione delle collezioni di alta moda e il presente è una (brutta) barzelletta, dove ogni grido (di dolore, disperazione, rabbia, ragione) resta solo una minima increspatura sul mare del caos e delle musiche da organetto, un paese in uno stato transiente che conduce “Dal nulla al niente”. Occorre tornare ad essere in grado di non rinunciare a tutto ciò che ci rende umani, aprendosi a tutto ciò che è diverso: ci piace pensare che May The Days Be Aimless sia soprattutto dedicato a coloro che non vogliono rinunciare, che sentono con tutte le forze di voler riempire quel senso di incomprensione e isolamento, che sono stanchi di lasciarsi esistere senza poter stringere niente davvero tra le mani. O almeno, è così che ci sentivamo quando abbiamo composto questi testi e tirato giù le musiche.
Per tutti coloro tra voi che vorranno procurarsi questo album, sono molto orgoglioso di poter dire che, tramite la nostra net label Eosrec, potremo offrirvi copia del cd insieme al cd dei nostri “cuginetti” S.U.S.: troverete May The Days Be Aimless sulle bancarelle ai concerti del gruppo, insieme al loro Il Cavallo Di Troia. Fateci un saltino. Per chi invece non avesse occasione, c’è sempre la cara vecchia Posta Prioritaria: potete scriverci all’indirizzo mail eoslab@libero.it o contattarci su uno qualunque dei network ai quali siamo iscritti (MySpace, Facebook, YouTube). Il cd costa 5 euro (anche questa per noi è una novità, visto che fin qui abbiamo sempre distribuito gratuitamente i nostri album: purtroppo registrare, mixare, fare approssimativi mastering e procurarsi nuova strumentazione ha un costo discreto, ed è dura far fronte a tutto…), con un contributo di 1.50- 2 euro per le spese di spedizione (questo dipende dal peso del pacco… ne parliamo al momento della vostra richiesta), il tutto pagabile per adesso con un accredito PostePay. Presto sarà inoltre disponibile su MySpace lo streaming di Lullaby, e ricordatevi di scaricare Lullaby EP dal sito di Eosrec, se non l’avete ancora fatto! Per adesso siamo arrivati ai saluti, ma credo che sentirete presto parlare di noi… di nuovo! Ci sentiamo di concludere questa verbosa presentazione con un augurio, sempre lo stesso: ruminate, ruminate, ruminate!

Esce "Lullaby EP"

Alla fine, sembra proprio che ce l’abbiamo fatta: dopo oltre un anno di attesa dall’uscita de La Metafisica Degli Alberi comincia con oggi il (breve) cammino che condurrà al seguito del succitato precedente lavoro. Abbiamo deciso di iniziare con un regalo per tutti quelli che in questi anni ci hanno seguito con pazienza, simpatia e vivo interesse: pochi ma buonissimi, mi permetto di dire. Siamo una “band” talmente di nicchia, ahinoi, che sento di poter elencare i nomi di queste persone quasi a memoria, e forse entrereste tutti sulle dita di due- tre mani, quindi le due paia di mani che mettiamo insieme tra me e Alessio dovrebbero essere sufficienti a ringraziarvi tutti di cuore. Ma veniamo al sodo, senza perdersi in mille digressioni: il vostro regalo è un piccolo EP in download gratuito, che si aggiunge al precedente di Kottbusser Tor EP ed è intitolato Lullaby EP. Questo breve dischetto, solo quattro tracce, contiene il brano omonimo, che sarà “l’apripista” del prossimo disco, più tre pezzi che vengono dalle stesse sessions da cui è nato il nostro terzo lp, ma che per un motivo o per l’altro non sono rientrati nella tracklist finale. Attenzione, non scarti: qualcosa che non ha trovato collocazione e ci dispiaceva buttare all’aria senza dargli una forma. Inoltre da oggi potrete vedere il video che abbiamo girato per la stessa Lullaby lo scorso 3 Ottobre, una bella domenica con una luminosità magicamente adatta e una compagnia assolutamente speciale, che ci ha permesso di tirar fuori un lavoro di cui siamo molto soddisfatti (e cogliamo l’occasione per ringraziare ancora chi ha collaborato, cioè Luca, Ivan e Irene): il video lo trovate qui o, se troppo pigri per cliccare, un po’ più sotto nella pagina. Come sempre sono gradite tutte le vostre opinioni, quindi non fatevi scrupoli!
Nelle prossime settimane saremo in grado di darvi in pasto il nostro nuovo album: stiamo studiando alcune “strategie di distribuzione” su cui non mancheremo di tenervi aggiornati. L’invito è per ora ad aspettare, dunque, sperando che l’antipasto di Lullaby EP stimoli un po’ l’appetito, e a contattarci per qualsiasi domanda, suggerimento, opinione, appunto voi abbiate da fare: i link per contattarci li trovate sulla colonna di sinistra del blog, o potete sempre spedirci una mail. Leggiamo tutto e rispondiamo appena possibile, quindi non vi incazzate troppo se a volte ci mettiamo un po’ di tempo!
Grazie a tutti, a voi Lullaby EP e… a presto, prestissimo, quasi subito con tutto il resto!

PS: Stavo dimenticando la cosa più importante! L’ep si scarica da qui, e anche questa è una novità: da oggi Èos non è più soltanto un “gruppo” musicale sotto forma di collettivo artistivo, composto da cinefili che aggiornano anche un blog di “diffusione culturale”. Da oggi, Èos è anche una net-label (ebbene sì, anche noi abbiamo definitivamente ceduto al fascino del 2.0), battezzata Eosrec da una felice intuizione del nostro Alessio: musica distribuita a tutti secondo la filosofia del copyleft e del permesso d’autore (licenze Creative Commons, etc.), per creare un rapporto nuovo coi fruitori di questa splendida arte e offrire a più persone l’accesso allo scambio culturale, di opinioni e stimoli. Nel sito troverete qualcosa da scaricare (c’è anche il buon vecchio Kottbusser Tor EP) e altro da ascoltare, e presto contiamo di poter aggiungere nuovo materiale anche prodotto da altre band e esperienze musicali: potete arrivarci anche cliccando l'elefantino sulla colonna destra di questo blog. La nostra speranza è che Eosrec diventi un chiassoso crocevia di idee, ma abbiamo bisogno anche di voi perché questo succeda. Restate in zona!
 

José Saramago, un ricordo

José SaramagoCome forse saprete, venerdì 18 giugno è morto José Saramago, grande scrittore portoghese e vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Mi è molto dispiaciuto non averne scritto niente prima, ma ammetto di essermi quasi subito trovato di fronte ad una difficoltà non da poco: avrei desiderato riportare un passo, una pagina di questo grande autore sul mio blog, come faccio di solito parlando di Letteratura, ma al momento di scegliere mi sono come bloccato. Non è stato perchè non vi sia in effetti l'imbarazzo della scelta: c'è, eccome. Mi sono bloccato perchè, in un attimo, ho realizzato che sarebbe stato una specie di tradimento, di certo un tradimento piccolo rispetto a quelli che normalmente ci riserva la vita, ma comunque un tradimento che l'Arte dell'autore portoghese non merita affatto. Estrapolare una pagina, un passo, poche righe da una delle opere di Saramago sarebbe stato come mutilare non solo la ricchezza e l'eleganza della sua prosa, ma in qualche modo anche come disperdere nella banalizzazione e nella semplificazione tutto il succo contenuto in quelle parole, un succo che, credetemi, merita d'essere goduto tutto e senza "spreco" nella lettura completa dei suoi "libri", termine quanto mai riduttivo, temo. Non so se sia riuscito a farvi capire il problema che mi si è posto davanti, ma sono sicuro che farete del vostro meglio per capirlo. Non me la sono sentita di decapitare L'Anno della morte di Ricardo Reis, o Cecità. In fondo ha anche poco senso. Se la grande Letteratura ci dà qualcosa, questo qualcosa è senz'altro da ricondurre alla capacità di affrontare criticamente i problemi che la realtà in cui viviamo ci presenta, fornendo nel contempo strumenti per immaginare un futuro (e un mondo) migliore. Nei libri di Saramago troverete tutto questo. Adesso alcuni saranno molto impegnati a proferire anatemi, scomuniche, offese di dubbio gusto e a pronunciare medioevali damnatio memoriae: basta leggere certi ridicoli giornaletti degli ultimi giorni (non trovo epiteti migliori, vi sarò grato se vorrete aiutarmi) per rendersene conto, e d'altronde chi tali cose scrive non fa che dimostrare la più antica e banale delle verità, ovvero che la grande Letteratura come tutta la grande Arte è mal sopportata dal potere in quanto unica vera Rivoluzione. La verità è che quando muore un poeta, uno scrittore, qualcuno che con la sua Arte ha cercato davvero di migliorare la nostra vita, di strapparci da e non di catapultarci completamente nella tenebra dell'ignoranza, io finisco sempre per sentirmi un pò più solo: Saramago mi mancherà, come altri prima di lui, e altri dopo; mi mancherà quel periodare inesausto che sembrava sempre inseguire qualcosa di maledettamente sfuggente; mi mancherà quella saggezza quasi rassegnata ma mai indifferente, e la forza delle proprie idee che questo anziano signore continuava a spingere con grandissima eleganza dentro le proprie pagine. Tutto questo mi mancherà, e mi manca già. Mi sento un pò più solo. Il cicaleccio di piccoli uomini senza dignità, quello invece non mi mancherà affatto, quando sarà finito per sempre.
E allora da queste pagine povere e forse prive di ogni valore, mando un piccolo abbraccio a un grande scrittore che non c'è più.

Il Mio Maggio (Italia, 2010)


A tutti,
a quanti, spossati dalle macchine,
si sono riversati per le strade,
a tutti,
alle schiene sfinite dalla terra
e che invocano una festa,
il primo maggio!
Al primo fra tutti i maggi
andiamo incontro, compagni,
con la voce affratellata nel canto.
È il mio mondo con le sue primavere.
Sciogliti in sole, neve!
Io sono operaio,
è mio questo maggio!
Io sono contadino,
questo maggio è mio!

A tutti,
a quelli che, scatenata l’ira delle trincee,
si sono appostati in agguati omicidi,
a tutti,
a quelli che dalle corazzate
sui fratelli
hanno puntato le torri coi cannoni,
il primo maggio!
Al primo fra tutti i maggi
andiamo incontro,
allacciando
le mani disgiunte dalla guerra.
Taci, ululato del fucile!
Chetati, abbaiare della mitragliatrice!
Sono marinaio,
è mio questo maggio!
Sono soldato,
questo maggio è mio!

A tutte
le case,
le piazze,
le strade,
strette dall’inverno di ghiaccio,
a tutte le fameliche
steppe,
alle foreste,
alle messi,
il primo maggio!
Salutate
il primo fra tutti i maggi
con una piena
di fertilità, di primavere,
di uomini!
Verde dei campi, canta!
Urlo delle sirene, innalzati!
Sono il ferro,
è mio questo maggio!
Sono la terra,
questo maggio è mio!

(Vladimir V. Majakovskij)

"La Ragazza Dai Capelli Strani", David Foster Wallace

La Ragazza Dai Capelli Strani (Girl With Curious Hair nell’originale americano) è una raccolta di racconti di Wallace pubblicata nel 1989, dopo il folgorante esordio de La Scopa del Sistema, e ripubblicata in Italia da Minimum Fax dopo la morte del suo autore, con l’aggiunta di un inedito che è ben più che un riempitivo, Brave Persone, posto in conclusione della raccolta come extra. Leggendo questi dieci racconti, come molte altre volte con le opere dell’autore americano, si è costretti a mettere in dubbio tutto ciò che si sa del racconto e della sua forma, ma anche della vita e degli innumerevoli rivoli nei quali essa scorre: alcuni racconti sono molto brevi (È tutto verde, un lampo fulminante come lo sarà Incarnazioni di bambini bruciati), altri estremamente lunghi e articolati (Lyndon); alcuni surreali e sul filo dell’assurdo (John Billy), altri irrefrenabilmente divertenti (La ragazza dai capelli strani, brano che dà il titolo alla raccolta); alcuni inquietanti (Da una parte e dall’altra), altri malinconici e tutti incentrati sul dolore (Dire mai e Piccoli animali senza espressione). In questi racconti, però, c’è un po’ di tutto, e la grande forza di Wallace è proprio quella di saper frullare tutti gli ingredienti servendo al lettore un piatto completo, nel quale questi possa soltanto e semplicemente perdersi. Come sempre la scrittura di Wallace non è semplice, ma procede ora a scatti, precipitevolmente, ora con periodi lunghissimi e ramificati, arrampicandosi ed inseguendo la linea tracciata dallo scorrere dei pensieri, che sospende il tempo e lo rallenta fino quasi a cristallizzarlo, alla costante ricerca di un senso umano oltre un affastellarsi di cose, oggetti, idee, sogni, cattiverie, imbarazzo, vergogne, propositi, desideri. I temi che Wallace tocca sono anche stavolta quelli consueti della sua produzione, l’irruenza con cui il mezzo televisivo e il suo linguaggio irrompono attraverso gli schermi nelle nostre vite e quali manipolazioni siano anche solo pensabili nel tentativo mai domo di ottenere qualche punto in più di share e vendere il prodotto che si deve vendere (La mia apparizione e Piccoli animali senza espressione sono estremamente indicativi, letti sotto quest’ottica); c’è spazio per la solitudine, il rimorso, la malinconia e le reciproche incomprensioni che sono, oggi, la cifra caratteristica dei rapporti tra gli essere umani, una linea di contenuti che attraversa l’intera raccolta da Piccoli animali senza espressione a Da una parte e dall’altra, da Dire mai alla compiuta espressione e sublimazione delle tre paginette di È tutto verde (che potrete leggere in fondo al post); c’è la critica della società del consumo, dell’ipercapitalismo e dell’edonismo ultraviolento (concettualmente e non solo) degli anni ’80, che si vede emergere in tutta la sua forza dalle righe di La ragazza dai capelli strani, che potrebbe benissimo essere la parodia o la riscrittura satirica delle pagine di Bret Easton Ellis. Ma c’è soprattutto la solitudine esistenziale, per così dire individuale, la sensazione d’esser gettati nel mondo senza scopo, ciascuno alle prese con la propria cognizione del dolore, perché che si sia aragoste, giovani tennisti dal futuro radioso o assistenti in carriera di Lyndon Johnson è questo il nocciolo scuro attorno al quale si avvolgono le spire delle nostre vite, un dolore sordo come una sensazione di essere fuori posto, una sensazione che combattiamo con tutte le forze cercando un senso o alla quale, a volte, preferiamo abbandonarci. Come in tutta la grande Arte, anche la letteratura di Wallace nasce da questo scarto e si nutre di questo scarto: non si tratta di pagine scritte solo per intrattenere (anche se riescono benissimo a tenerti incollato e strapparti incontrollabili risate o sincera partecipazione emotiva), ma di un vaso di perfetta porcellana attraversato da un’incrinatura; ed è come se Wallace puntasse l’attenzione su quell’incrinatura che scorre sulla superficie che racchiude dentro tutto quel nocciolo nero ma che è anche la toppa della serratura attraverso la quale ciò ch’è dentro può, in un secondo, rovesciarsi fuori, accogliendo al suo interno ciò che prima non trovava spazio. Wallace insegue l’indicibile, ancora una volta: magari lo fa con mezzi che, ai tempi di questi racconti, non sono affinati come lo saranno in Infinite Jest né tantomeno in Oblio, magari a volte il ritmo sembra calare, ma la verità è che queste pagine scorrono serrate e tolgono il fiato. Non ti lasciano scampo. E non è una contraddizione se Brave persone, il racconto inedito che chiude questa ristampa della raccolta, sembra andare a parare in una direzione totalmente diversa: laddove c’era una tavolozza infinita di colori e forme, un caleidoscopio di parole e periodi che rovesciavano sul lettore e su se stessi quantità enormi di idee, pensieri, informazioni, riflessioni incagliate sulla pagina, laddove c’era tutto questo resta un’evocazione secca, asciutta, essenziale dei timori di due ragazzi, due brave persone,alle prese con una scelta che in ogni modo potrà cambiare la loro vita, incentrata su una gravidanza indesiderata e su un aborto. Badate bene che non è essenziale ciò che si pensi sull’argomento in questione, estremamente spinoso; quello che davvero è essenziale, al di là degli opposti schematismi che frenano sempre la riflessione, è il porre l’accento sul fulcro stesso dell’unica risposta al dolore e al silenzio che l’uomo è in grado di dare, ovvero il momento della decisione. Come avrebbe detto Nietzsche, la vita ti prende e ti costringe a scegliere, e a stare da una parte o dall’altra, a prendere una decisione: nient’altro che questo. Non conta quello che succederà, e infatti il racconto non lascia che intuire ciò che potrebbe accadere, senza però sostanziarlo con uno scioglimento positivo, lasciando in sospeso un discorso che prende tutta la sua forza altrove, da quella necessità di affermare che non è tanto ciò che ti possono dire di dover fare, quanto la tua scelta, la tua decisione ad essere decisiva. Tutto ciò che toglie travaglio alle scelte che compiamo non è mai una benedizione, ma soltanto un comodo cuscino sul quale adagiamo la testa scegliendo di chiudere gli occhi e farci un bel sonno ristoratore, nella speranza che curi tutto: ma non è così. Alla fine, quando l’incrinatura su quel vaso finirà di tagliarlo e lo ridurrà in mille pezzi, inevitabilmente, e tutti quei pezzi non potranno più essere rimessi insieme, tutto ciò che conterà saranno state soltanto le nostre decisioni, le nostre scelte. Non è ottimismo della volontà, non c’è niente (forse) per cui essere ottimisti: è l’attestazione che non c’è senso nelle cose che accadono se non siamo proprio noi, qui ed ora, a conferirne loro uno. Così la crisi dei due ragazzi, squarciati dalla necessità di agire secondo i propri dettami religiosi, morali, politici o seguendo quello che sentono i loro cuori, è la crisi di ogni persona, etimologicamente il momento difficoltoso della scelta, della decisione, del senso. Non ha significato giudicare positivo o negativo l’aborto, essere contro o a favore adducendo argomenti che possono in ogni caso essere confutati agevolmente, come non ha significato, per dirne una, essere a favore o contro l’eutanasia (l’argomento potrebbe essere uno qualsiasi, dai più seri ai più faceti, e questa tutto vuol essere tranne che una discussione su aborto o eutanasia: sto parlando per esempi); non è tanto averne un’opinione favorevole o contraria, quanto il tentare di soffocare la dignità di una scelta coi diktat di tizio o caio, e misconoscere il coraggio con cui occorre affrontarla; è essere umani, è essere vivi, è stare di qua o di là, è pensare con la propria testa, è l’atto di decidere che conta. È questo ciò che ci rende umani, ed è questo che deve essere protetto contro un mondo di lustrini, potere, violenza e prepotenza, idee forti e fondamentalmente stupide, divertimento sfrenato e odio e orrore per la noia, il pensiero, la riflessione: l’umana debolezza di non sapere cosa sia meglio per noi.

Lei dice non m’importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente. Quando è la verità si fa in quattro per cercare di farti credere a quello che dice. Perciò sento di non avere dubbi.
Si rasserena e guarda dall’altra parte, lontano, ha l’aria furba con la sigaretta sotto la luce che entra dalla finestra bagnata, e io non so cosa mi sento di dire.
Dico Mayfly, con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ma ci sono delle cose che so per certe. So che io sto diventando vecchio e tu no. E che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani e con il cuore. Tutto quello che ho dentro di me l’ho dato a te. Tengo duro e lavoro sodo ogni giorno. Ho fatto di te l’unica ragione che ho per fare quello che faccio sempre. Ho cercato di costruire una casa per te, una casa di cui facessi parte, e che fosse una bella casa.
Mi rassereno anch’io e getto il fiammifero nel lavandino insieme ad altri fiammiferi, piatti, una spugna e cose del genere.
Dico Mayfly il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetto di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po’ di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.
Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.
Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che io sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te e in cambio non mi viene più niente.
Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.
È tutto verde, dice. Guarda come è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.
La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c’è un casino di verde. Gli alberi sono verdi e quel po’ d’erba che c’è oltre i dossi artificiali è verde e liscia. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nel portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato accanto alla roulotte vicina, dove c’è uno che ha fatto dei bambini.
È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me, lo so.
Getto la sigaretta e volto le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto verso di lei che sta sul divano in piena luce.
Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. È lei la mia mattina. Dite il suo nome.


(David Foster Wallace, "È tutto verde", tratto da "La Ragazza Dai Capelli Strani")

Approfondimenti: qui potete leggere qualche estratto, e qui trovate la presentazione del volume sulle pagine internet della casa editrice Minimum Fax. Ma soprattutto, come sempre, procuratevi questo libro. Buona lettura!!

"Considera l'Aragosta", David Foster Wallace

[…]È possibile che le generazioni future guarderanno alle nostre attuali agroindustrie e pratiche mangerecce in modo del tutto simile a come oggi noi vediamo gli spettacoli di Nerone o gli esperimenti di Mengele? La mia prima reazione è che un paragone del genere è ridicolo, estremo — eppure il motivo per cui mi sembra così estremo è che credo che gli animali siano moralmente meno importanti degli esseri umani; e quando mi trovo a difendere tale convinzione, persino con me stesso, devo riconoscere che a) ho un ovvio interesse egoistico in tale convinzione, dato che mi piace mangiare certi tipi di animali e voglio continuare a farlo, e b) non sono riuscito a elaborare nessun tipo di sistema etico personale in cui tale convinzione sia davvero difendibile e non solo egoisticamente vantaggiosa. […]
(da "Considera l’Aragosta")


Vi siete mai chiesti come funziona la compilazione del palinsesto di una radio e, nello specifico, della “scaletta” di un programma radiofonico? Sarò onesto: io non me lo sono mai chiesto. Poi ho letto Considera l’Aragosta, questa raccolta di saggi di David Foster Wallace, e mi sono scoperto a ridere fino alle lacrime sentendo in macchina, qualche sera fa, una deejay inserire con nonchalance una comunicazione pubblicitaria all’interno di un discorso col quale essa aveva poco o niente a che fare. Wallace ( e anche gli addetti ai lavori, credo), chiamano digressioni come questa “letture dal vivo”: l’ho scoperto leggendo Commentatore, il saggio forse più straniante tra quelli qui raccolti, se non altro per la sua struttura grafico-sintattica, nella quale le note, piuttosto che stare a piè di pagina, nello spazio che normalmente riserviamo loro, integrano finalmente il discorso al suo stesso interno, diramandosi come diagrammi di flusso all’interno della pagina, scorrendo accanto al testo principale, cui si riferiscono, in una pioggia di richiami che esplicita, finalmente, tutte le connessioni. Può bastare questo a fare di Considera l’Aragosta una vera “esperienza letteraria”, se non fosse che anche tutti gli altri saggi sono un susseguirsi di sorprese. La grande forza della saggistica dell’autore americano è sempre stata quella di essere in grado di raccontare le cose più disparate nel modo più elegante, intelligente (nel senso di vera e propria “finezza intellettuale”) e divertente possibile, incollando il lettore alla pagina come raramente accade con opere lontane dalla fiction e dalla narrativa. Così, sia che si tratti di un reportage sugli oscar del cinema porno che nasconde un’inattesa riflessione sul concetto stesso della recitazione (Il figlio grosso e rosso) o di considerazioni letterarie sull’ultima fatica di John Updike (La fine di qualcosa senz’altro, verrebbe da pensare) o sulla comicità nell’opera di Kafka (Alcune considerazioni sulla comicità di Kafka che forse dovevano essere tagliate ulteriormente), di tenniste alle prese con autobiografie sterili e prive di magia (Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore), dell’11 settembre (La vista da casa della Sig.ra Thompson) o della carovana che segue la campagna elettorale per le primarie repubblicane del 2000 di John McCain (Forza, Simba), sembra sempre che Wallace stia parlando a ciascuno di noi personalmente con la sconcertante capacità di coinvolgerci tutti quanti allo stesso tempo. Particolare ed universale: sono categorie che nella scrittura dell’autore americano hanno confini labili, e vengono costantemente e nei modi più impensabili a mescolarsi, avvolgersi l’un l’altra, compenetrarsi a dare una visione sempre nuova, sempre diversa del mondo com’è davvero fuori dal giardino di casa nostra. Perché nessuno dei nostri professori di liceo è mai riuscito davvero a farci capire in cosa consista l’ironia di Kafka e questo tipo ci riesce nel giro di una decina di pagine? Perché una dissertazione ed un’analisi estremamente complessa e molto erudita sul ruolo, la natura e lo sviluppo della lingua americana connesso al tessuto sociale e culturale del paese riesce a non annoiarci a morte, come ci capiterebbe senz’altro con un qualsiasi altro autore in un qualsiasi altro vero e proprio trattato di linguistica (leggere Autorità e uso della lingua per credere)? Vi siete mai chiesti se le aragoste provino dolore quando vengono bollite vive per la soddisfazione del nostro palato e, una volta fatto ciò, se si possa considerare moralmente accettabile infliggere a degli esseri viventi un tale supplizio per placare unicamente un nostro capriccio (Considera l’aragosta, il saggio che dà il titolo alla raccolta)? Ma soprattutto, perché Wallace parla dell’anticandidato John McCain e, con questo pretesto, della politica e della percezione della stessa a livello sociale e riesce magicamente a farti capire tutta una serie di cose e a sciogliere decine di nodi che si intrecciano nelle menti di noi tele-cittadini brutalizzati dai programmi tv con le tribune elettorali e strilli che neppure al mercato, e tutto questo senza essere mai, nemmeno per un secondo, pesante e “lontano” come i nostri giornalisti politici? Forse semplicemente perché Wallace non era un giornalista politico. Ne era anzi l’esatta antitesi, a ben pensare. Il suo punto di vista è spesso sorprendente perchè inatteso, sembra che sappia sempre attaccare il problema da una posizione che a me, a te e a milioni di altre persone non verrebbe nemmeno in mente di considerare, ma che quasi sempre si rivela la migliore o la più intelligente. Zadie Smith scrive che “Wallace ha semplicemente il genere di cervello che viene voglia di frequentare”, e probabilmente è vero. Ma ha soprattutto la grande capacità di mostrarci, ancora una volta, qualcosa che spesso non sappiamo vedere, che si tratti dell’America come davvero è in La vista da casa della Sig.ra Thompson, della grandezza di Dostoevskij in Il Dostoevskij di Joseph Frank, dell’autobiografia e della dimensione che compete allo sport e agli sportivi o, appunto, delle “zone grigie” della politica che ogni giorno manchiamo di riempire di senso affogandole nel disinteresse e nel qualunquismo. La lettura di questi saggi, oltre ad essere divertente e piacevole oltre la più fervida immaginazione, a tratti addirittura ben più di quanto non accadesse col pirotecnico Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, ti lascia la sensazione di “pesare di più” dopo essersi allontanati dalle pagine, per usare un’immagine dello stesso Wallace, indice evidente di un arricchimento, solo obiettivo al quale ogni letteratura deve mirare: arricchimento che significa nuove idee, nuovi stimoli, nuovi “punti d’osservazione” dai quali “studiare” le cose. Non c’è dettaglio, particolare o minuzia che sfugga all’occhio e alla penna di Wallace, e che non sia restituito in tutte le sue sfumature lungo queste pagine. Non che si pretenda di insegnare qualcosa a tutti i costi, questo no: ma se vi allontanerete dal testo ponendovi domande che prima non avreste mai nemmeno sognato di porvi, io credo che Wallace questo lo avrebbe considerato un vero successo. Domande, non risposte: come leggiamo in chiusura di Commentatore, l’ultimo dei saggi di Considera l’Aragosta, “quanto a me, sono più tipo da dubbi”. Ecco, sarebbe bello, a maggior ragione coi tempi che corrono, avere qualche dubbio in più e qualche assoluta e violenta certezza in meno.

"Luogo: Bloomington, Illinois
Data: 11-13 settembre 2001
Soggetto: ovvio.

SINEDDOCHE – In autentico stile Midwest, la gente di Bloomington non è scostante ma tende a essere riservata. Può capitare che uno sconosciuto vi sorrida calorosamente, ma in genere non ci saranno chiacchere nelle sale d’attesa o in fila alla cassa. Adesso però, grazie all’Orrore, c’è qualcosa di cui parlare che è più forte di ogni inibizione, come se fossimo tutti lì e avessimo appena visto lo stesso incidente stradale. Esempio: orecchiato in fila alla cassa da Burwell Oil (che è una specie di Neiman Marcus delle stazioni di servizio con annesso piccolo supermercato — situato in posizione centrale di fronte alle due strade principali a senso unico, e con i migliori prezzi per il tabacco della città, è un tesoro municipale) fra una signora con un grembiule da cassiera della Osco e un uomo con una giacca di tela grezza tagliata alle spalle a mo’ di panciotto fatto in casa: — Coi miei ragazzi pensavamo che era un film tipo quello là, Independence Day, poi ci siamo accorti che era lo stesso film su tutti i canali —. (La signora non ha detto l’età dei figli).[…]"


(da "La Vista da casa della Sig.ra Thompson")

Per avere qualche "coordinata" in più, consiglio questa recensione, decisamente migliore di questo mio tentativo di analisi… sicuramente in reta se ne troveranno anche altre, ma come sempre il consiglio che posso dare è quello di comprare il libro e leggere, leggere, leggere. Buona lettura!

"Oblio", David Foster Wallace

[...] Conosci già la differenza tra l’ammontare e la velocità di tutto quello che ti balena dentro e quella parte infinitesimale e inadeguata che riusciresti a comunicare. Come se dentro di te ci fosse questa enorme stanza piena si direbbe di tutto quello che prima o poi è presente nell’universo e invece le uniche parti che ne emergono devono in qualche modo essere spremute attraverso uno di quei piccolissimi buchi della serratura che si vedono sotto il pomello delle vecchie porte. Come se cercassimo di vederci fra di noi attraverso quei minuscoli buchi. Ma un pomello ce l’ha, la porta si può aprire. Ma non nel modo che pensi tu. E anche se ci riuscissi? Pensaci un attimo: e se tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di te ogni istante della tua vita a questo punto si rivelassero in qualche modo completamente aperti ed esprimibili dopo, dopo la morte di quello che ritieni essere te, e se dopo questo momento ciascun istante fosse in sé un mare o uno spazio o un tratto di tempo infinito in cui esprimerlo o comunicarlo, senza neanche il bisogno di una lingua organizzata, e ti bastasse come si suol dire aprire la porta e trovarti nella stanza di chiunque altro in tutte le tue multiformi forme e idee e sfaccettature? [...]

(David Foster Wallace, da "Caro Vecchio Neon", "Oblio")

[...] L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica [..] l’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente [..] l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte. Per ogni agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. La serenità, la buona coscienza, la lieta azione la fiducia nel futuro dipendono [..] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto. [...]

(F.W. Nietzsche, "Considerazioni Inattuali")

Se avete appena cominciato ad avvicinarvi all’opera di Wallace, forse Oblio non è il testo giusto col quale cominciare, e non soltanto perché trattasi dell’ultima raccolta di racconti (e più in generale di narrativa) pubblicata in vita dall’autore, il che introdurrebbe un piccolo per quanto non fondamentale “errore cronologico” nella scelta delle vostre letture, ma anche e forse soprattutto perché non se ne possono cogliere tutte le sfumature senza aver letto, prima, altre opere del geniale scrittore americano. Potrebbe capitare di sentirsi come catapultati nel bel mezzo di un’enorme vertigine, frastornati da un flusso continuo e portentoso di parole, di immagini, in ultima analisi di storie, che riescono a mostrare qualcosa del nostro mondo che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, a volte sembriamo non essere in grado di vedere davvero. Credo non abbia molto senso consigliare, come altrove potrebbe capitarvi di leggere, di iniziare dal racconto forse un po’ più normale del gruppo, Il canale del dolore, che in realtà chiude la raccolta; e non credo sia giusto ritenere alcuni di questi otto racconti superiori agli altri, come se ve ne fossero di riusciti e di non riusciti, o peggio ancora di inutili. Quello che più non si capisce di Oblio partendo da presupposti del genere, unicamente legati al “proprio gusto”, è quel senso di intima coerenza e tutta particolare che sottende gli otto mo(vi)menti catturati nel testo. Mo(vi)menti che a volte sono tutti interiori, flussi di pensieri e sensazioni come nelle pochissime, fulminanti pagine di Incarnazioni di bambini bruciati o nella straniante cronaca in miniatura di La filosofia e lo specchio della natura, e a volte affiancano al racconto di un moto reale un moto dei ricordi, come nel geniale Caro vecchio neon, o nel malinconico L’anima non è una fucina; e a volte, è pur vero anche questo, trattasi di artistiche peristalsi intestinali, come leggiamo tra il divertito e l’agghiacciato appunto nel già citato ultimo passaggio di questa raccolta, Il canale del dolore. Ma non ha molta importanza che al centro di questi racconti ci siano spiazzanti “metafore” della società in cui viviamo (Un altro pioniere) o un rapporto matrimoniale in crisi (Oblio), piuttosto che la tecnica della creazione del consenso, dello sfruttamento dell’emozione o dell’appiattimento del gusto (lo straordinario tour de force sintattico e linguistico di Mister Squishy è forse l’esempio più calzante al riguardo) o ancora un silenzio quasi attonito di fronte al nulla lasciato dalla morte (Caro vecchio neon). Ciò che più conta è forse come Wallace persegua con costanza, coraggio e ammirevole caparbietà il tentativo di dire tutto, dire quanto più possibile, fino all’ultimo punto cui sia possibile spingersi, fino in mare aperto, nell’infinita distanza forse evocata dall’immagine di copertina scelta nell’edizione Einaudi, in qualche modo “in mare aperto”, anche se forse quella è solo l’illusione di un mare, di una distanza, e anche se forse l’ironia nasce, come in Kafka, dal fatto di aprire una porta verso un “fuori” e scoprire di esser già “fuori”, e che quella porta s’apra verso di te che la stai aprendo dandoti un improvviso, violento giramento di testa. Fa una strana sensazione “vedersi” all’improvviso come si è, senza mediazione, esposti: non è lontano dalla verità il commento che si può leggere sulla quarta di copertina dell’edizione succitata, per il quale questa raccolta “ci mette davanti agli occhi il corpo martoriato, eppure incredibilmente normale, della nostra società”. Noi stessi, come siamo quando smettiamo di vedere come dovremmo essere: esistenze che si trascinano nell’ombra auto-derubricandosi a meri target commerciali per multinazionali che producono tortine al cioccolato talmente buone da meritarsi il nome di Misfatti! ®, “un nome rischioso e polivalente che voleva evocare e parodiare la sensazione di indulgenza/vizio/trasgressione/peccato del moderno consumatore salutista al consumo di un simile snack ipercalorico”; esistenze strappate per un momento di distrazione alla banalità di ogni giorno e destinate a restare nella memoria a seguito di un improvvisato, folle sequestro; vite consumate nell’incapacità di gettare un ponte tra sé e gli altri, di scambiare qualcosa che sia reale e non un jingle preconfezionato o una gamma (per quanto illusoriamente ampia) di sentimenti precotti e inscatolati a dovere in una confezione gradevole; e infine la ricerca costante della sensazione, dello shock, di ciò che sembra sconvolgere ma invece è solo l’ennesima, massiccia dose di anestetico che tutti sembriamo cercare come fosse questione di vita o di morte soltanto per stordirci e smettere di intuire come tutto ciò che stiamo vivendo sia davvero un grande incubo, e credere disperatamente che possa una volta trasformarsi, grazie alla tv, ai media, al possesso, al consumo, in un sogno, in un profluvio di reali possibilità, in una conta che, per una volta, non vada a nostro sfavore. Tutto questo (e molto di più) potete leggere dentro Oblio; tutte queste riflessioni, sensazioni, pensieri, tutto espresso con estrema attenzione al particolare, nominando ogni cosa o tentando di nominarla, cercando, come già accennato, di “dire tutto”, di racchiudere il reale (o almeno una parvenza che di esso sia contemporaneamente suggerimento e trasfigurazione, e non semplice bignami) nel giro di una frase, una pagina, un paragrafo. Cosa può e cosa non può rivelare di noi la semplice forza delle parole? Non bisogna essere scrittori o letterati perché questi pensieri ci sembrino di vitale importanza: lo sono e basta, e lo sono perché sono tutto ciò di cui il mondo in cui viviamo è fatto. È sufficiente guardarsi attorno, ai media, a internet, al mondo del marketing e della finanza, la pubblicità, tutto ciò che è pop nel senso deleterio del termine, prodotto, appeal presso il consumatore, la politica trasformata in reality show, i reality show trasformati in realtà, il supermarket dei sentimenti, dati in pasto alle masse per sollazzarsi dopo il pranzo come la brutta sceneggiatura di una vita indesiderabile ma che morbosamente non si può fare a meno di guardare, l’eterno infallibile meccanismo col quale l’opinione si crea e si manipola. Pensate a tutto questo, aprite gli occhi, guardatevi attorno, e la cosa migliore che potrebbe capitarvi sarebbe proprio scoprire di essere già qui, e  come niente di tutto ciò che possiate immaginare di più terribile si trovi, purtroppo, dall’altra parte di quella porta.

[…] Perché sembravo essere così egocentrico e disonesto che le cose per me contavano soltanto nella misura in cui incidevano sull’opinione che gli altri si sarebbero fatti di me e richiedevano il mio intervento per creare l’immagine che volevo avessero di me. […] E io con una certa qual rassegnazione dissi di sì, e sembrava che avessi sempre avuto questa parte calcolatrice, fraudolenta del cervello ininterrottamente in azione, come se stessi continuamente giocando a scacchi con chiunque e valutando che se volevo fargli fare una certa mossa dovevo muovere in modo tale da indurlo a muovere in quel modo. […]

Approfondimenti: qui, in un nostro vecchio post, trovate un ampio stralcio di Caro Vecchio Neon; qui invece una recensione nemmeno lontanamente inadeguata come quella che avete appena finito di leggere. Buona lettura!!!

"Agora", di Alejandro Amenábar

AgoràA volte su questo blog trovano pubblicazione recensioni di film, come i più assidui tra voi avranno notato: certo non con sistematicità, ma non appena c’è qualche visione "cinematografica" che mi colpisce non esito a scriverci su due parole. Però c’è un film del quale rischio di non poter parlare, nemmeno se volessi: questo film è Agora, del regista cileno Alejandro Amenábar, già autore di The Others e Mare Dentro. Rischio di non poterne parlare perchè il suo autore, Amenábar appunto, ha scelto per esso un tema che ha scatenato, per l’ennesima volta, l’ostracismo religioso ed il timore reverenziale delle case di distribuzione cinematografica. Agora racconta la storia di Ipazia, scienziata e filosofa alessandrina, depositaria di una grandiosa e millenaria cultura, che fu trucidata dal vescovo di Alessandria Cirillo in nome, manco a dirlo, della fede cristiana. Oggi si sta cercando di fare quello che altri hanno fatto con interi popoli: cancellarne la memoria, e persino il nome nella cultura popolare, in quanto, evidentemente, la sua storia potrebbe costituire motivo d’imbarazzo per le gerarchie ecclesiastiche; oppure no, magari si tratta soltanto della stupidità preventiva cui, purtroppo, le figure religiose più importanti di questo paese allo sbando non smettono mai di dare prova.
In ogni modo, è nostro dovere combattere perchè il film non sia censurato e trovi una distribuzione adeguata. Quindi, qui di seguito trovare un sito con una petizione perchè il film venga distribuito, il sito ufficiale dell’opera e la pagina Facebook (per chi usa Facebook) che sostiene questa nostra stessa battaglia. Qui, invece, la pagina Wikipedia relativa al film di Amenábar.
Fatevi sentire!